L’ESTETICA E LA CRITICA

DALLE OMBRE DELL’EUROPA

ALLA LUCE DELLA POESIA

 

di Giuseppe Brescia

 

Correttamente Giovanni Spadolini, introducendo il 'Quaderno' della Nuova Antologia, numero IX del 1981, dedicato agli scritti di Montale sul “Mondo” ( da Bonsanti a Pannunzio), ricordava, con l'esperienza nel Partito d'azione e l'amicizia di Ragghianti, Valiani e Carlo Rosselli, come: “La lezione crociana, sia pure liberamente vissuta da Montale,lo ha difeso da ogni tentazione di rifugio nella 'turris eburnea'. Non per nulla, a dieci anni dalla morte del maestro, toccherà a Montale evocarlo nelle colonne del 'Corriere', con un titolo tutto montaliano, schivo ed essenziale, 'Presenza di Croce'. E nel volume di Comunità, di fine '62,dedicato a Benedetto Croce, comparirà ancora il nome di Montale, accanto a quello di Vittorio De Caprariis e di Leo Valiani, con introduzione di Vincenzo Arangio-Ruiz (..) Valiani, Montale, De Caprariis: tre modi di porsi di fronte all'eredità crociana”. Quel volumetto raccoglieva le relazioni tenute al Teatro dell'Eliseo in Roma il 25 novembre 1962, per conto degli Amici del “Mondo”, quindi apparse a puntate il 4, l'11 e il 18 dicembre 1962 sul glorioso giornale di Pannunzio. Ma io intendo ora soffermarmi su alcune pagine patognostiche e premonitrici dell'avvenire, dedicate per intanto dal Montale a “L'Europa e l'ombra di se stessa”, fin da allora, 18 giugno 1949 ( si badi ! ), e sempre sul “Mondo” di Pannunzio, tali da squarciare veli e metter in guardia la comunità civica su problemi o aspetti critici della integrazione europea. Avverte, dunque, tra l'altro, il Montale : “Le due grandi guerre mondiali, il dilagare del mito comunista, l'intervento dell'America nella vita europea, l'americanismo come grandiosa espansione tecnica e psicologica di un mondo nuovo che deve quasi tutto all'Europa, ma non è l'Europa, hanno spostato notevolmente i termini del problema. L'Europa non lotta più per un primato, lotta per sopravvivere. Il fatto che mai come ora si sia tanto parlato di spirito europeo non è una prova. Non si dà un nome a una malattia finché essa non è scoperta e l'Europa parla di sé perché dubita di essere stesa sul suo letto di morte. Per la prima volta nella sua storia essa riceve il contraccolpo delle opere proprie, per la prima volta essa sente di essere una parte e non un tutto: una parte che organizzando i suoi componenti potrà resistere meglio alla prova, ma che ormai ha perduto le sue funzioni di guida, le sue leve di comando.

Comunismo marxista e tecnocrazia americana ( sistemi che presuppongono la direzione di una ristretta oligarchia ) sono formule o idee-forza di origine europea; ma solo fuor d'Europa esse passarono dal banco di prova alle grandi semplificazioni collettive; e se né l'una né l'altra di tali idee saprebbe rinunciare all'Europa, pure non si vede come una d'esse possa contentarsi di restare unicamente europea”. L'analisi si protende, diversamente storicizzata, verso l'oggi, come si diceva, libero essendo ognuno di noi di riempirla di motivazioni o contenuti nuovi ( ad es. gli scarsi o nulli poteri effettivi dell' attuale Parlamento europeo, solo consultivo, e il concentrarsi di poteri nella Commissione o nella Banca Centrale Europea ). Ciò che Montale non avrebbe potuto disegnare in dettaglio; ma che ha previsto in forza lungimirante allorché ha denunciato il presupposto implicito della “direzione di una ristretta oligarchia”, funzionale al mantenimento della egemonia vuoi del comunismo marxista vuoi della tecnocrazia americana. Siamo in presenza di una autentica “perla ermeneutica”, là dove “ermeneutica” riscopre tutta la propria “efficacia”, la “Wirkung” effettuale, anche etica e pragmatica. Senza dire che la stessa associazione di “ideologia” e “tecnocrazia” si rivela splendidamente attuale, un poco quella che io ho potuto definire l' “ircocervo del Duemila”, imperante nel mondo della cultura e della scuola ( es: Invalsi, etc.), e che il fine critico fiorentino Geno Pampaloni, l'autore di “Fedele alle amicizie”, parallelamente chiamava il “sopraggoverno”. Comunque sia di ciò, Montale proseguiva, e concludeva, non senza un richiamo al Croce, la lucida e appassionata analisi: “L'Europa vive ancora come un 'sapore', sapore che ben conoscono i suoi esuli, più che come una sintesi unitaria di caratteri. E vive naturalmente come un immenso mercato, come un grande terreno di conquista (..) Da noi il campo dell' estetica resta fecondo, ma la 'riduzione' di Hegel fatta da Croce e dalla sua scuola, non nutre più i giovani..(..) Qui si innesta la questione sollevata recentemente da Eugenio D'Ors: quella di una progressiva confederazione accademica e culturale del continente. E' un'idea che presuppone un'alta opinione del 'clerc', considerato come uomo che non possa costituzionalmente tradire la causa universale della Cultura.. Come italiano posso dire che il mio paese neppure nelle sue aberrazioni ha mai tradito l'universalismo che lo distingue. Anche quando l'italiano ( una infima minoranza )si proclamò strapaesano e cioè anti-europeo,non fece che rendere indirettamente omaggio allo spirito dei suoi padri, non fece altro che manifestare una oscura apprensione per la cattiva piega presa dallo spirito europeo nei suoi rappresentanti più ascoltati.

Esiste una fede dell'italiano nell' Europa, anche se questa fede è una fede delusa”. Crediamo non si possa dir meglio ancor oggi, pur senza far il torto al Montale di immediatamente accostare l'esperienza de movimento di “Strapaese” a talune prese di posizione separatistiche attuali. Ma il problema resta, centrale e ben centrato: la fede nell'Europa, fede a volte drammaticamente “delusa”. Ma ancora più sorprendente, quasi visionaria, è la chiusa dello splendido articolo-saggio montaliano, là dove il poeta-profeta sembra antivedere alcuni limiti e fenomeni di là da venire. “Tuttavia l'Italia 'seguirà', se una parola nuova verrà da paesi in cui i 'clercs' non siano dei semplici isolati. Essa è un paese immensamente 'disponibile', il suo genio non le ha mai consentito di rinchiudersi in se stessa. Se anche volesse farlo, l' Europa avrebbe bisogno di lei e la richiamerebbe al suo destino. Oggi l'Europa, anzi il mondo, chiede all'Italia film di pezzenti, di lazzaroni, pittoresche documentazioni del suo tradizionale 'dolce far niente'; domani le chiederà di più e di meglio. Le chiederà lezioni di tolleranza e di buon senso, di schietta aderenza alla vita e di classico, naturale umanesimo. E' una lezione che, attraverso molte crisi e malattie, l'Italia sta già dando dai primi secoli della sua lunga cattività: quand'essa era già Europa senza saperlo e senza volerlo”. Con il “colpo d'occhio” del genio ( il “colpo d'occhio” previsionale-prospettico che per Croce, nella “Filosofia della pratica” del 1909, caratterizza la terza forma di conoscenza, la percettiva, tra la intuitiva e la concettuale ), Montale ci dice qui molte cose: la moda esterofila, quando non fondata, come l'”andare a Chiasso” ( poi rampognato da Alberto Arbasino); la tendenza alla facile “disponibilità” del costume italiano verso i miti correnti, o addirittura i pregiudizi etnografici del “dolce far niente”; la prospettiva di una più robusta e matura richiesta di consapevole “umanesimo”, infine. Che era poi la prospettiva di una prosecuzione non inerte del pensiero umanistico e storicistico, anzi dello storicismo crociano come l'ultima propaggine del nostro Umanesimo. E di ciò appunto riferiva il Montale nella sua lezione sulla “Estetica e la critica” del '62. Là dove l'autore inizialmente si schermisce per il suo imbarazzo ad affrontare il gran tema commessogli, evocando gli amici di area toscana di familiarità crociana. Poi tocca i temi di fondo. “Se in ogni forma dell'attività spirituale sono conpresenti o implicite tutte le altre forme dello spirito come si può fondare una estetica sull'intuizione immediata e alogica ? E' vero che la sintesiformale sospende il giudizio di esistenza dei suoi contenuti, ma se da questi non si può prescindere e se essi arricchiscono l'arte ( e di questo il Croce maturo non ha mai dubitato ) fino a che punto un'estetica della pura intuizione è sufficiente ?

Dopo tutto nessuno aveva mai dubitato che l'arte fosse anche intuizione; ma l'originalità di Croce, nella sua prima estetica, era proprio quella di far coincidere l'arte con una intuizione primitiva, aurorale dalla quale il filosofo sembrava ormai distaccarsi”. E questo era il problema connesso agli approfondimenti interni dell'estetica crociana, da “pura” a “lirica” quindi a “cosmica” e persino “etica” o “dialettica”, su cui abbiam altrove ampiamente ragionato. Altro problema che pone, o ripropone, il Montale, tocca il rapporto tra arte e tecnica. “Il quadro dipinto, la poesia scritta sulla carta, la musica tradotta in note sono estrinsecazioni dell'opera ideale , appartengono alla comunicazione dell'opera, non alla sua creazione. Ed è questa la pietra d'inciampo che il Croce parve non avvertire perché la sua esperienza d'arte si limitò sempre all'arte della parola, ma che fu grave per chi volle esser fedele al suo pensiero nel campo delle altre arti”. Qui sappiamo che da Ragghianti in critica d'arte a Zevi in architettura, da Ronga e Mila e Parente in musicologia fino al cinema e alla danza ( con lo stesso Ragghianti ) il problema era stato affrontato e in parte risolto: senza che il pùngolo del mondo 2, intenzionale, non mancasse di agire sul Mondo 1, tecnico e materiale, creando il manufatto o possesso per sempre, tipico del Mondo 3 ( se può esser consentito adottare la terminologia della “Conoscenza oggettiva” di Karl Popper: cfr. il mio “Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper”, Schena, Fasano 1986 ).

Si vuol dire, cioè, che la questione, assai dibattuta, del rapporto tra arte e tecnica, poesia e metrica, idea e spartito musicale, intuizione artistica e esecuzione pittorica, è una questione di “modalità” o “modi categoriali”, inquadrabile in nuove cornici ermeneutiche, ma senza danno per la riaffermata autonomia dell'arte. Quindi Montale commenta il rilievo psicologico, di caratterizzazione per contenuti, che gli appare dominante nella critica crociana. “Così concepita, la poesia si risolve nell'armonia dei suoi contenuti, cioè di una purezza che deve intendersi come totale assorbimento della materia ideologica ( sia esso stato d'animo più o meno indiscriminato o sostanza di pensiero ) in quella contemplazione non giudicante, sospensiva, che è la fantasia poetica”. Montale dà atto al Croce della distinzione tra storia della letteratura, che si può narrare, e apprezzamento della poesia, che impegna un atto monografico e individualizzante; dà atto, altresì, del fatto che”il Croce, per conto suo, fu meno crociano di molti suoi seguaci per il fatto che in lui il temperamento, il gusto, non furono quasi mai sopraffatti dai suoi schemi teorici”, citando in via esemplificativa la revisione del giudizio crociano a proposito dei “Promessi Sposi” e la non sempre pedissequa adozione del criterio di distinzione tra poesia e non poesia in sede di analisi critica dei testi. Condivide l'avvaloramento crociano di Baudelaire o Flaubert come estetologi più avveduti di tanti professori di estetica o filosofia: e si domanda “Che cosa dunque chiedeva Croce al poeta ? Direi che chiedesse in lui il carattere; e il carattere poteva manifestarsi come fedeltà ai propri motivi, dono, capacità di non lasciarsi corrompere da ragioni estranee alla poesia, facoltà pura e tale da giustificare tutto l'uomo anche se il poeta potesse sembrare un uomo dimezzato ( è il caso dell'Ariosto ); o anche facoltà impura, ma sempre dominante e soverchiante quando dalla poesia trapelasse il volto di un uomo che non si arrendesse alle forze del male e fronteggiasse virilmente il suo destino”.

E questo è un punto reale, attinto ancora al Flaubert dei capolavori e della “Correspondance”, donde il Croce trasse un pensiero per la contessina Lina Asparra, edito nella “Rassegna Pugliese” di Valdemaro Vecchi e da me riesumato nel “Croce inedito” del 1984. Riconosciuto quindi il fondo etico, a volte persino religioso, della critica ed estetica in atto di Croce ( che poi è la rivisitazione delle note del 1945 sul primo “Mondo” di Alessandro Bonsanti ), Montale conclude: “E l'idea che il Croce si era fatta dell'arte era alta, la più alta che si sia affacciata nel moderno pensiero italiano.. (..) Nella voce del critico filosofo la nota dell'ammirazione è anche quella di chi celebra nell'arte un valore supremo, la giustificazione assoluta della vita”. Montale finisce per tornare a una forma di “primato dell'etica”, quanto aveva inteso parzialmente correggere ( o almeno integrare ) molt'anni prima, certo in un diverso momento storico; e per esaltare, dentro il filosofo dell'arte e della poesia, il testimone di libertà e il combattente contro il male. “Mi basti dire che Croce non è vivo per noi unicamente per il suo pensiero di estetico e di critico letterario. .Forse il Croce che più ci ha aiutato nei più duri anni della nostra vita entrava in contraddizione con quei suoi primi principi, ma a noi importava soprattutto la fede che scoprivamo in lui, quella zona d'ombra che si avvertiva ai margini del suo pensiero e che faceva pensare ( l'ho scritto recentemente ) alla fede degli stoici. E termino con le parole con cui concludevo pochi giorni or sono alcune mie pagine commemorative e che non tutti i miei ascoltatori d'oggi certo conoscono.

E' quest'ombra che più di tutto avvicina il Croce a noi e ce lo fa sentire ancora presente. Quasi ci fa sorridere la sua obiurgazione dell'innocuo “decadentismo” di sessant'anni fa, ora che la danza dell'irrazionale e degli istinti si è fatta ben altrimenti mortifera. Ma non ci troverà mai indifferenti la sua fede nell'uomo, la sua certezza che le forze della ragione non saranno mai definitivamente debellate. Più ancora che la sua estetica – ben viva nelle parti in cui risponde alle esigenze della cultura attuale – è il suo incitamento alla responsabilità morale, a “pagare di persona”, che oggi, al di là di ogni convinzione politica o religiosa, ci fa sentire la forza della sua presenza' “ ( cfr, le pp. 35-56 dell'aureo libretto “Benedetto Croce”, Edizioni di comunità, Milano 1963: poi anche ne “Il secondo mestiere”. Prose 1920-1979, a cura di Giorgio Zampa, Milano 1996, vol. II; e anche vol. I, pp. 1458-1464, “Il maestro e il suo insegnamento” del 1952; vol. II, pp. 2489-2494, “Presenza di Croce” del 1962, e vol. II, pp.2999-3002, “Croce vent'anni dopo” del 1972 ). La “zona d'ombra”, il “vitale”, l'”irrazionale che fa ressa ai margini dello spirito”: ecco, il problema dei problemi, la “cura”, la suprema angoscia del maestro e – a un tempo – il rilievo del “vivente originario”,- tutto ciò nelle sue complesse implicazioni modali e funzioni specifiche, costituisce non solo il retaggio crociano, ri-vissuto da Montale, ma il filo rosso conduttore per la ricomposizione ermeneutica del quadro complessivo dei rapporti Croce – Montale.

 

 


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