“A UN GRANDE FILOSOFO”

 

di Giuseppe Brescia.

 

Ancora vari riferimenti a Croce porge Eugenio Montale nelle sue prose e nella sua poesia in prosa, sempre nel segno di una “concordia discors”, il cui piano consta di attenzione costante e riserve parziali. In particolare, nelle “Prose varie di fantasia e d'invenzione” ( “Prose e racconti”, cit, 1995, pp. 1106-1107 ), a proposito de “La storia di un'amicizia “ di Manara Valgimigli e Pietro Pancrazi, pubblicata nei “Quaderni dell'Osservatore”, Montale nettamente concorda: “Hanno provveduto essi stessi a darci il loro autoritratto nelle opere che ci hanno lasciato. (..) Valgimigli si occupò pochissimo di autori contemporanei, il Pancrazi ne fece addirittura la sua professione, non senza, però, una sorta di riserbo mentale. Era nel miglior senso della parola un conservatore, non certo un reazionario. In comune col Croce ebbe il sentimento che oggi 'non' si può 'non' dirci cristiani: e non andò mai più in là, ammesso che sia possibile a uno spirito come il suo, refrattario a ogni dogmatismo”. La chiara allusione al noto saggio crociano del '42, “Perché non possiamo non dirci 'cristiani' “ ( su cui i miei “Croce e il cristianesimo” e “Benedetto Croce e Luigi Sturzo”, Acton Institute, 2003 e 2006), equivale e ripresa e conferma. Mentre sul tema dell' “interessante in arte”, a proposito del carteggio con fitto dibattito tra Croce e Gentile nel 1898, edito nel “Giornale Critico della Filosofia Italiana” di Eugenio Garin e ripreso dalla “Rivista di studi crociani”, “La Cultura” e altri momenti di interpretazione ( da Gennaro Sasso a Vittorio Stella ), il Montale efficacemente ripropone la discussione tra Croce e Gentile sul “secentismo” e la presenza di motivi “interessanti” in arte (“ Variazioni” cit., in “Prose e racconti”, pp.1135-1136: cfr. Marco Forti, “Introduzione” a “Prose e racconti”, p. XCI ).

”Io mi son un che quando amore spira, noto”: diceva con Dante il Gentile. E Croce, pur restìo ( come sappiamo ) a ogni contenutismo, partito dal “cuore” giovanile e dal terremoto di Casamicciola, riconosceva che il contenuto “deve concepirsi come un 'fatto' ( una necessità di fatto direbbe il De Sanctis ), uno 'stato d'animo ecc. E, concepito così, non solo non è soggetto di discriminazione estetica, ma non è soggetto di nessun'altra valutazione”: e tutto ciò accadeva, anche se il Croce escludeva dall'ambito dell' “interessante” il marinismo, il secentismo e il concettismo, che lo infastidivano “perché il loro contenuto consiste in visioni dei rapporti superficiali delle cose”. Insomma, il dibattito tra i due giovani filosofi ( più giovane il Gentile del Croce ) alludeva agli svolgimenti futuri della estetica crociana, là dove la espressione artistica impegna il dilatarsi intrinseco del contenuto morale, fino ai vertici della totalità dell'arte. Montale mette in luce alcune aporìe sul rapporto di arte e tecnica, sostenendo: “Sono passati ormai settant'anni e la questione non fu conclusa”. Pure, il momento in cui si sviluppò polemica serio-giocosa fu soprattutto offerto dalla pubblicazione ( prima sull' “Espresso” poi in “Diario del '72” ), da parte del Montale, della poesia satirica “A un grande filosofo, in devoto ricordo” ( cfr. “Tutte le poesie”, a cura di Giorgio Zampa, Milano 1984, p. 490: oppure “L'opera in versi”, a cura di Gianfranco Contini e Rosanna Bettarini, Einaudi, Torino 1980 ). Eccola: “Una virtù dei Grandi è di essere sordi / a tutto il molto o il poco che non li riguardi. / Trascurando i famelici e gli oppressi / alquanto alieni dai vostri interessi / divideste lo Spirito in quattro spicchi / che altri rimpastò in uno: donde ripicche, faide / nel gregge degli yesmen professionali. / Vivete in pace nell'eterno: foste / giusto senza saperlo, senza volerlo. / Lo spirito non è nei libri , l'avete saputo, / e nemmeno si trova nella vita e non certo / nell'altra vita. La sua natura resta / in disparte.

Conosce il nostro vivere / (lo sente ), anzi vorrebbe farne parte / ma niente gli è possibile per l'ovvia / contradizion che nol consente”. I prosecutori di Croce, allora, risposero prontamente per bocca del noto teoreta Raffaello Franchini, proprio sulla “Rivista di studi crociani” A.X/1, gennaio-marzo 1973, alle pagg. 114-115 della “Miscellanea”, “Una poesia ( con bugia ) di Montale su Croce”. Non è vera la sordità o estraneità da parte del Croce al mondo dei bisognosi, famelici e oppressi, precisava Franchini ( citando a prova ripetuta i casi ed esempi del magistero romano di Antonio Labriola, della sottoscrizione di Mille lire per l' “Avanti!”, del sostegno ai perseguitati della reazione del 1898 a Milano, della riedizione e ricerca del Labriola all'interno della revisione del marxismo e del ponte con il socialismo liberale, e via dicendo ). Qualche anno dopo, io avrei aggiunto: gli aiuti agli oppressi e poveri reduci della prima guerra mondiale, gli studi di tradizioni popolari, gli aiuti agli ebrei perseguitati prima e dopo le leggi razziali, tutti gli episodi ricomposti nel mio “Croce inedito” ). Ma tant'è! Montale aveva un po' scherzato; un po' agito sul filo del “politically correct” del momento ( chiosava il Franchini ). “Non neghiamo che la composizione crociana di Montale è in qualche modo divertente, sicché, nel complesso, la si può anche perdonare al suo autore, come in genere si perdonano agli artisti cose che farebbero arrossire un semplice pensatore , il quale, per certi riguardi,non può infrangere le regole che valgono per l'uomo comune”. Alla fine, scherza a sua volta Franchini: “non vi sono soltanto quelli che spiritosamente il Montale definisce gli 'yesmen' professionali, e neppure, aggiungiamo noi, i non meno professionali ' nomen' ..”, in parentesi rispetto alla propria analisi delle ragioni della “rimozione crociana”, tentata in alcuni versanti della cultura italiana: “Un uomo che pensa e, peggio, che induce altri a pensare è un vero scandalo da eliminare, da nascondere con tutti i mezzi, per i tenaci fautori di totalitarismi e confessionalismi di ogni colore. La vera 'colpa' di Croce e il motivo della sorda lotta contro la sopravvivenza della sua memoria, che conducono rabbiosamente quei fautori, sono appunto questi. I posteri potrebbero anche sorridere della poesia di Montale, se ( tutto è possibile ) fossero più intelligenti o meno prudenti dei contemporanei.

Ma ora sia consentito anche a noi di anticipare un sorriso, immaginando quale potrebb'essere l'ispirazione del poeta genovese di fronte a uno dei tanti dichiarati amatori di famelici e di oppressi reperibili tra i grandi intellettuali miliardari della nostra epoca. Ad esempio, per il 'Diario '73-74', gli andrebbe bene Pablo Picasso ?” Fa torto a Montale chi non riporta questa risposta né in Bibliografia montaliana né in sede di commento al “Diario del '71, e del '72” ( cfr. la recente edizione a cura di Massimo Gezzi, con un saggio di Angelo Jacomuzzi e uno scritto di Andrea Zanzotto, Oscar Mondadori, Milano 2012, pp. 288-293 e passim ). Come se la bibliografia concernente la fortuna critica di un poeta ( e,per giunta, poeta-pensatore ) debba essere solo costituita da quella dei letterati e dei critici – essi sì - “di professione” ! Quel che nasconderebbe, e svelerebbe a un tempo, esattamente il pregiudizio censorio di cui parlava il Franchini, oltre risultare ingiusto verso la storicità del dibattito e la ampia portata degli interessi montaliani ( in estetica, filosofia, psicologia, ontologia e metafisica del tempo ). Ho inteso perciò riproporla, rammentando insieme come la penna montaliana non risparmiasse alcuno, dal famoso “Malvolio” - Pasolini della “Storia” al critico Alberto Asor Rosa, campione dell'ideologia e della critica cosidetta “militante”. Si riveda, in proposito, “Asor” ( in “Diario del '72”, cit., p. 495 ): Sta come una pietra ( 'La Poesia') / o un granello di sabbia. Finirà / con tutto il resto. Se sia tardi o presto / lo dirà l'escatologo, il funesto / mistagogo che è nato a un solo parto / col tempo – e lo detesta”. Reminisenza, secondo me, del brano della “Teogonia” esiodea – Proemio, là dove le nove Muse son “nate a un sol parto” da Memosyne e per la prima volta rilucono i due aspetti dialetticamente connessi della memoria, “latenza” e “risveglio”, accumulo e ricordo, “mnemosyne” e “lesmosyne” ( in linea con la futura ermeneutica del tempo: cfr, Guido Calogero, “Quaderno laico”, Bari 1964 e i miei “Dolcezza e giudizio nella Teogonia esiodea” e “Lotta contro i demoni: Montale e Antonio Debenedetti”, su “andrialive” del 31 agosto e 4 settembre 2012, all'interno del percorso “I conti con il male”, in fase di rielaborazione ). Inutile dire che la polemica sui “quattro spicchi”, ossia le quattro forme di attività spirituale presenti nella sistemazione filosofica del Croce ( estetica; logica; economica o utilitaria; etica ), par riecheggiare l'accusa gentiliana al Croce, divenuto avversario, di aver costruito una “filosofia delle quattro parole”.

Ma sulla soluzione, teoretica non polemica o pragmatica, di questo problema, che è poi quella dei “modi categoriali” sentimento – memoria – tempo, da parte quanto abbiam detto di sopra, sarà la stessa esperienza del “vivente originario”, della “oscura regione” dell'inconscio, dei “secreti travasi” e in definitiva dell' “attimo” ( dialetticamente strutturato e non intellettualisticamente allineato ), che il Montale stesso darà alta espressione e prova, con la poesia in atto, anzi con la “poesia opera di verità”. Riaccostandosi, con ciò, all'ultimo Croce e alle indagini sul “nuovo concetto di vitalità” su cui ci siamo affaticati ( da Parente all'Antoni, nella “eredità non inerte” pervenuta sino a noi ).

 

 


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