L'ILLUSIONE DELLA DIALETTICA

E LA “DIALETTICA DELLE PASSIONI”

COME FONDAMENTO DEL “PASSAGGIO”

 

di Giuseppe Brescia

 

Dalla “dialettica degli opposti” al “nesso dei distinti”. Si compendia in questi termini la “prima” cornice teoretica, stabilita da Benedetto Croce nel noto saggio “Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di Hegel”, quando, nel 1906, maturato l'impianto del “sistema” della Filosofia dello spirito, il filosofo veniva svolgendo la decisa revisione della dottrina della dialettica elaborata da Giorgio Hegel ( ed era, quel saggio, per eleganza tipografica, la prima edizione veramente laterziana delle opere, con il rosone preraffaelita in copertina, una volta subìta la amara scomparsa di Valdemaro Vecchi, il tipografo – artista che gli aveva sin lì assicurato piena e fedele collaborazione ).Ora, assorbendo in sintesi tutte le fasi della evoluzione filosofica, sempre ardita e complessa, del pensiero di Croce, si stabilisce la “nuova” o “seconda” cornice teoretica: la “dialettica delle passioni” che, al tempo stesso – si badi – 1) idealmente “precede” la dottrina della dialettica ( Croce ); 2) costituisce l'inveramento ulteriore della tesi della “cosmicità” o “totalità” dell'arte (Parente ); 3) appresta, in forma non empirica ma trascendentale, il dis-velamento del dramma intiero del reale che cresce in perpetuo su se stesso, “soffrendo e gioiendo”, e dunque una “catarsi di una catarsi”, quasi forma moderna della antica teoria aristotelica della mimesi, dal momento che è sempre l'arte che “ritrae” e “rivela” il dramma del reale ( Antoni ); 4) fornisce alimento e fondamento al momento del “passaggio” tra le forme di attività spirituale, verso tutti i “parti dello spirito teoretico e pratico” ( ed è il frutto del nostro ripensamento, una volta conquistata la mediazione tra “dialettica delle passioni” e “prospettiva”, gli acquisti rispettivi del Parente e del Franchini, tematizzati sul piano della verità, oltrepassando alcuni limiti di episodica idiosincrasia personale ).Sul punto, rigoroso appare il contributo di Gennaro Sasso, al quale, come interprete e di Croce e di Antoni, mi volgo ora, dopo una distesa esegesi etico-estetica a proposito di “memoria” e “religione della Libertà” presso vari altri interpreti e testimoni ( in eminente esempio, Bassani e Montale, Franchini e Parente, Alfieri e Violante, Ernesta Battisti e Pilo Albertelli, per tacer d'altri ). Così affronta, di nuovo, l' Antoni il problema della dialettica, ne “L'illusione della dialettica. Profilo di Carlo Antoni”, Roma 1982 ( pp. 222-224 in: 183-224 del Capitolo VII. Diritto di natura e 'vitalità'; dopo il fondamentale “Benedetto Croce. La ricerca della dialettica”, Napoli 1975, sul quale elaborai – come è noto – le mie “Questioni dello storicismo.I. Dalle origini della dialettica alla ricerca dei modi categoriali “, Galatina 1980 ).

“L'equivoco consiste in ciò, - scrive dunque Sasso – che, avvertendo come necessario e inevitabile che la diversità ( ossia, nel suo linguaggio, la distinzione ) fosse fondata sul, e attraverso il passaggio, e che questo non potesse, a sua volta, attuarsi che sul fondamento della 'dialettica' ( degli opposti ), Croce mantenesse bensì il principio di quest'ultima, ma dopo averne alterato il carattere – quel carattere che, anch'egli, riteneva fondamentale. Nella sua interpretazione, lo schema dialettico implicava l'infinità ( cattiva ) del processo, il 'superamento' del 'superamento', il 'divenire del divenire', la non eliminabile 'indeterminazione' del determinato. In quello schema, che egli aveva mantenuto allo scopo di farne scaturire il passaggio o 'trapasso' dei distinti, ne andava in realtà del distinto stesso, della sua autonomia, positività, universalità; e la paradossale conseguenza fu che, per sfuggire al rischio a cui la determinatezza del distinto veniva esposta, egli trasformò, insensibilmente ( ossia, senza averne piena e distinta consapevolezza ), lo schema stesso del quale s'era servito, e che aveva posto come il massimo fondamento del 'passaggio'. Degli opposti fece, dunque, non già due negativi, o, se si preferisce, e come è certo meglio dire, due positivo-negativi, ma, a differenza di Hegel, di uno fece il positivo, dell'altro il negativo, che il primo espelle via da sé, e, in questa espulsione ( esterna), è il vero positivo. Reinterpretò l'opposizione secondo la logica specifica della distinzione; e come in quella, appunto, fondata com'è su un assoluto dislivello, l'opposizione del positivo e del negativo è piuttosto una espulsione-risoluzione ( del, e nel, positivo) del negativo, sfuggì bensì al rischio della cattiva infinità, in cui i distinti si annientano e perdono la loro autonomia, ma con quella, che doveva essere negata e risolta, p e r s e il 'p a s s ag g i o' , che doveva essere mantenuto ed affermato”.

Per noi, la lucida disamina sassiana involge la “dialettica delle passioni” ( teorizzazione moderna e contemporanea di quel plesso che già lo Schelling reputava il “vivente originario”), nel duplice senso che essa “dialettica delle passioni” palpita e opera nel momento del “passaggio” ( come parto, maieutica di gioia e dolore, angoscia ed esultanza, trepidazione e anelito di liberazione, speranza e timore, cautela e ardimento, 'odi et amo' ), e dunque non “ p e r d e “ il passaggio, bensì lo fonda; e serba, per l'altra parte, il carattere 'sintetico', di “coincidentia oppositorum”, o“punto de l'unione dei contrarii”.

Né basta. Ma lo serba come il “vero” punto de l'unione; la “vera” capacità sintetica dello spirito umano, i n q u a n t o a t t i v i t à: dunque, primigenia “forma della dialettica”, tale da precedere la “dottrina della dialettica” ( da Hegel a Marx, e via ). Ora, in tale caso, la “logica della distinzione”, le “opere” prodotte in cui si traduce perennemente il “parto” creativo dello spirito (secondo lo svolgimento quaternario proposto da Croce ), resta sì operante nel rapporto al “diverso” modo di essere. Solo che presuppone un ritorno alla “logica della opposizione”, non più in senso cuspidale ( tesi – antitesi – sintesi ), impropriamente applicato alla storia del mondo, della natura e dello spirito dallo Hegel; bensì, all'incontrario, nel senso della “ U r s p r u n g “, fonte e origine d'ogni forma di attività. E' qui che ora agisce la dialettica ( sintetica ) degli opposti, nell'apprestare alimento e linfa vitale, “creazione di ogni istante”, al mondo delle idee e della produzione storica, delle idee come “storia e nient'altro che storia”.

Per ciò (e questo intende dire, alla fine, anche Croce ), il “grande Prevaricatore” ( giusta l'espressione di Bertrando Spaventa ) “non è il Pensiero”, o la “Idea”; ma, all'opposto, la “vitalità”, il “vitale”, concetto “pluripotente” ( come, per altri versi, complesse categorie sono la stessa Dialettica, la Libertà, il Vivente originario, la Volontà di Potenza in Nietzsche, la Volontà di vivere per Schopenhauer, la 'libido' in Freud, l' archetipo con Jung, l' “élan vital” in Bergson, la “Lebenswelt” nell'ultimo Husserl o persino, se si vuole, la Sofia di Pavel Florenskj ).

In effetti, la “vitalità” per Croce è, di volta in volta, “cruda e verde”,terribile forza che scavalca gli individui, irrequietezza che non si soddisfa mai, tellurica potenza e spinta ascensionale, gioia del male e aspirazione al bene, rischio di dispersione e insieme positività, integrazione e concentramento di tutte le forze. Codesta ermeneutica può essere ripresa anche nel consenso di Carlo Antoni ( “Commento a Croce”; “La restaurazione del diritto di natura”, Neri Pozza, Venezia 1959 e 1960 ). Onde, il ritmo sintetico c'è, ma c'è ( per così dire ) “dal basso verso l'alto”; non più “dall'alto verso il basso” ( panlogismo, attualismo ), E allora “ciò che è morto nella filosofia di Hegel” non è tanto la dialettica degli opposti “qua talis”, ma la schematica pretesa della sua assolutizzazione, e della rigida struttura cuspidale sul terreno storiografico ed estetico, etico e politico, etico e religioso: in una parola, della sua“grande narrazione”. Il mondo civile fatto dagli uomini è altra cosa ( Vico ). E la teorica dei distinti resta valida e produttiva, come risoluzione, di volta in volta storicamente specificata, delle opere dello spirito umano, promozione dello stesso mondo civile fatto dagli uomini, e che perciò l'uomo conosce, e definisce, giusta la qualificazione differenziata degli interessi e delle predisposizioni.

A questo punto della rilettura, il contributo precedentemente offerto da Alfredo Parente è da vedersi, e riospitarsi, non già come apporto di un “io empirico”( le personali antipatie, la puntigliosità polemica a “difesa” del Maestro Croce, la impressione - in generale- di ortodossia da “yesmen” professionali, come avrebbe satireggiato il Montale nel “Diario del '71 e del '72 ); ma per asserto degno dell' “io trascendentale”, elaborato originale di teoria dell'arte e della vita ( “La terza scoperta dell'estetica crociana. Dialettica delle passioni e suo superamento nell'arte”, nel volume collettaneo curato da Francesco Flora, Malfasi, Milano 1953, poi raccolto in “Croce per lumi sparsi”, Firenze 1975, pp. 3-88: “Non fu sì forte il padre”, Galatina 1978 ). Lo stesso Sasso, che fornisce una visione riduttiva del ruolo svolto con le sue lezioni all'Istituto Croce da Alfredo Parente ( intervista ad Elsa Romeo, ne “La scuola di Croce”, Il Mulino, Bologna 1992 ), in effetto riconosce la “dialettica delle passioni” come il “momento travolgente”, creativo, ascensionale, dello spirito umano ( “Benedetto Croce. La ricerca della dialettica”, Morano, Napoli 1975, passim ).

Pure, sul piano generale, la questione delle “origini della dialettica” è più vasta e complessa.

Vero è che l' Antoni dichiara “illusoria” la idea di “dialettica”, nel ritmo concettuale della “dottrina” della dialettica, ove rappresentata come dialettica degli opposti “à la Hegel”; mentre “reale”, non “illusorio” - sempre in Antoni – è il “passaggio”, nutrito nel “palpito della vita”, Così, “la mèta non può essere che nella definitiva dimostrazione dell'inesistenza dell'antitesi” ( “La restaurazione del diritto di natura”, pp. 100-103 ). Ed allora, commenta Sasso: “In effetti, Antoni cercava la reale concretezza dell'individuo 'Socrate', dell' individuo 'Alcibiade', dell'individuo 'Dionisodoro': cercava quel nucleo più profondo e, appunto, 'essenziale', per il quale, in ogni p o s s i b i l e t e m p o d el l o r o v i v e r e, a g i r e, p a t i r e, essi sono quel che sono, sempre presenti al loro 'Selbst', e, attraverso questo, sempre e dovunque riconoscibili” ( cfr. la citata “Illusione della dialettica”, pp. 192-193 ).

In questo modo, il concreto “vivere, agire, patire” forma il carattere costitutivo dell' individuo: carattere che vige ben oltre le particolarità dell' “amor proprio inebriato”, secondo l'espressione adottata da Croce nel frammento sulla “Umiltà” ( in “Frammenti di etica”, alle pp. 88-89 di “Etica e politica”), espressione ripresa dallo stesso Antoni e dal suo interprete Sasso. Il carattere fondativo e vitale dell'individuo resta valido anche oltre la ipostasi metafisica del concetto di “individuo” ( ivi pure dal Croce confutata, sebbene su altra linea ermeneutica). Invece, per Antoni, torna al fondo dell'individualità il “concreto vivere agire e patire”.

Sì che, in “La restaurazione del diritto di natura” ( pp. 60-61 ), il filosofo triestino scrive: “Si dirà che nell'opera scompaiono certe meschine particolarità del carattere, certe miserie e angustie psicologiche, ma è un errore considerare questi motivi marginali come l'assenza dell'individualità, che è l'universale medesimo, la vita, lo spirito, nella loro esistenza concreta. Del resto, Croce medesimo ha proclamato che l'individuo si immortala nella sua opera: s e s i ' p e r p e t u a', s e g n o è c h e n o n m u o r e i n e s s a” ( “La restaurazione del diritto di natura”, pp. 60-61; donde Gennaro Sasso, “L'illusione della dialettica”, pp. 196-197 e, prima, “Benedetto Croce. La ricerca della dialettica”, Napoli 1975, pp. 427-509 ).

In altri termini, Antoni vuol correggere Croce, anche quando il “maestro” conferma netta la differenza tra mera individualità empirica e l'opera “possesso per sempre” ( nel termine classico tucidideo ) ovvero Mondo 3 ( direbbe Karl Popper di “Conoscenza oggettiva”): come dire tra l'uomo Dante e la Commedia, l'individuo Leopardi e l' Infinito, lo sbarazzino Mozart e il Flauto Magico o la Messa da Requiem, e così via. E in ciò l'Antoni si spinge fino al punto di rileggere in filigrana il concetto crociano: se l'individuo 'si perpetua', segno è che 'non muore' del tutto.

Ma qui si impongono alcune considerazioni. Il giudizio ammissivo crociano si svolge nel senso che la “sopravvivenza nell'opera” pertiene ad un diverso statuto epistemologico, la “conoscenza oggettiva” dell' “opus perfectum” da un lato; il “vitale” come tensione angosciosa e gaudiosa “verso” l'opera, dall'altro. Secondariamente, anche Antoni critica, da par suo, l'esistenzialismo contemporaneo, in quanto “cattiva difesa dell'individuo” ( e tutto ciò ridiscute, sul punto, lo stesso Gennaro Sasso ): dunque, Antoni avverte lucidamente il problema del superamento dell'io empirico ( di là dal giudizio di merito sulle correnti fenomenologiche della modernità ). In terzo luogo, quel che più importa ai fini della tematizazione, dire: “vita, spirito, nella loro esistenza concreta”; ovvero: “concreto vivere, agire, patire”, significa dire, mutato il dovuto: “vivente originario”per la individualità concreta e storica ( Schelling ). E' il 'Leit-motiv' di “Das Ur-lebendige”, antecedente del “vitale” in Croce e financo dell' “archetipo” in Jung e della “dialettica del sentire” in Parente (cfr., dello Schelling, “Die Weltalter, del 1811-1815, ed. it. A cura di C. Tatasciore, “Le età del mondo”, Guida, Napoli 1991 ).

Riportiamoci ai testi. “ Il passato viene saputo, il presente viene conosciuto, il futuro viene presagito – spiega Schelling – L'immagine esatta (della scienza) è che in essa si presenta lo sviluppo di un essere vivente e reale (..) Nell'uomo, il principio sovramondano non è libero né nella sua presenza originaria ma legato a un a l t r o p r i n c i p i o i n f e r i o r e. Quest'altro principio è esso stesso il risultato di un divenire e quindi per sua natura nesciente e oscuro; esso oscura ncessariamente anche quello più alto, col quale si trova unito. I n q u e s t' u l t i m o g i a c e i l r i c o r d o d i t u t t e l e c o s e, dei loro rapporti originari, del loro divenire, del loro significato” ( nella “Introduzione” di op. cit. , pp. 39-41) . Avendone trattato in una indagine parallela ( “Il vivente originario”, Biblioteca dell' Albatros, Milano 2013 ), trovo calzante ripetere per l'ermeneutica del “vitale” ma anche del tempo ( sulla linea ereditata da Pantaleo Carabellese in “Critica del concreto” 1921-1948 e dall' Assunto ), quanto lo Schelling annuncia gioiosamente nello stesso luogo. “L ' u o m o r i n g i o v a n i s c e s e m p r e e l a s u a a n i m a s i r i g e n e r a grazie al sentimento di unità del suo essere. E' proprio da questo sentimento che, in particolare, attinge necessariamente n u o v a f o r z a chi è alla ricerca della scienza; non è solo il poeta ad avere dei rapimenti, anche il filosofo ha i suoi” ( op. cit., p. 43 ).

Resistendo alla tentazione di introdurre un facile appiattimento ( nell'accostamento) di Croce a Schelling ( tentazione che forte rimane, se è nota la tendenza storiografica a rivalutare la “attualità di Schelling”, come dimostra una tenace tradizione, da Semerari a Massolo e da Pareyson all'Assunto o al Radetti e al Tilliette ); pure resistendo, dunque, ad accentuare ogni immediata tentazione “adiafora” e “adialettica”, non si possono non rilevare la compagine tra “forme del tempo” e “vivente originario”; la idea del circolo spirituale, all'interno del quale si “rigenera” il “ricominciamento” o “ringiovanimento” dell'essere umano ( eco vichiana ); la idea stessa di una “nuova forza”, che dà nuovo impulso al “circolo”, a guisa del “vitale”.

Noterò, “per incidens”, che la linea “Età del mondo” in Schelling - “Critica del concreto” per il Carabellese esula affatto dall'altro importante studio di Gennaro Sasso, “Tempo evento divenire” ( Bologna 1996 ), inteso – piuttosto – a rilevare, nella tradizione che va da Platone e Agostino a Husserl e Heidegger, la “ambigua natura del tempo” ( Capitolo sesto ) e il Non potersi costituire” del suo “sostrato”. Sì che, alla fine di questo libro ( “Paragrafi per una conclusione” ), afferma appunto Sasso: “ Per questa ragione, è impossibile affermare e, allo stesso modo, è impossibile negare che l'esperienza sia come percorsa e attraversata da un susseguirsi di forme culminanti, da ultimo, nella situazione che qui ed ora siamo impegnati a delineare” ( p. 369 ). Ma questo accade, secondo noi, quando si “allinea” il tempo in segmenti spazio-temporali, come diceva Bergson ( presente passato avvenire ), anziché intenderlo nella “intensità” dell'eterno presente ( agostinianamente ): che è esattamente il limite, sia pure il “geniale” limite, in cui incorse il Carabellese, giustapponendo immediatamente ai “momenti” del tempo ( passato, presente, futuro ) le “forme” della coscienza ( conoscenza, intuizione, azione ).

Errore che a sua volta discende dal non poter far a meno delle operazioni dell' intelletto astraente (Vernunft ) in luogo della ragione pensante ( Vernunft ). E, per dirla con il genio lirico e gnomico di Eugenio Montale, ancora una volta battono alla mente i versi: “Gli inizi sono sempre inconoscibili. Se si accerta qualcosa, quello è già trafitto dallo spillo” ( e lo “spillo” è splendida metafora per l'intelletto astraente o schematizzante, il “Vernunft” o “pseudoconcetto”, diciamo oggi noi ). Per ciò, traendo un esempio dal mondo della scuola, è bene far precedere sempre i “criteri” generali” alle “griglie” in fase di valutazione docimologica, dal momento che le corrispondenze dei profili dei discenti a voti, e dei voti a fasce, possono anche “tradire” la effettiva definizione della “individualità” del discente.

Tornando al filo principale della dimostrazione, il problema dell' “individuo”, “in ogni possibile tempo del 'suo' vivere, agire, patire” ( Antoni ); cioè, anche, il problema posto dalla “essenza dell'individualità, che è l'universale medesimo, la vita, lo spirito, nella loro esistenza concreta” ( Sasso )rimanda inevitabilmente al problema del “vivente originario” ( Schelling) e del “vitale”, nell'ultimo ma non solo nell'ultimo Croce.

E' lo stesso motivo per cui altre volte ho sottolineato la inerenza del “sentimento” nella erudizione storica e nello studio dei personaggi femminili nel giovane Croce; nel capitolo ad esso specificatamente dedicato in “Filosofia della pratica” del 1908; nel “Contributo alla critica di me stesso” del '15 ( cfr. Federico Chabod, “Croce storico” del 1952; Mario Corsi, “Le origini del pensiero di Benedetto Croce”, 1951; Stuart Hughes, “Coscienza e società”, ed. it., Torino 1957: ripresi nelle mie “Questioni dello storicismo” ). E ne discendono la ragione del “liberalismo anomalo” di Benedetto Croce ( Girolamo Cotroneo ); il primato della “fede” sui “programmi” ( Croce, 1911 ); la rivendicazione della “religione della libertà” ( “Storia d'Europa”, 1932 ), al di sopra dei momenti sussidiarii del sistema del “liberismo” economico, collegato alla dinamica del “mercato”, oppure al quadro delle istituzioni, assicurato dalla classica “distinzione dei poteri” ( importanti come ragioni “necessarie”, ma non “sufficienti”, a presidio e tutela della libertà ).

Ora, un possibile corollario di codesto approccio ermeneutico si indirizza a rintracciare il vitale e la connessa esigenza di modalità regolative nel passaggio tra le forme di attività dello spirito umano, fino nella Parte storica della prima “Estetica” del '02. “Come la corrente del golfo in senso contrario e diverso fluisce sotto l'increspata superficie dell' Oceano; o il sentimento, 'polla sorgiva', campeggia nella terza “Critica” di Kant, dopo esser stato visitato nelle “Osservazioni” del 1763, manifestandosi la spiritualità più intensa e penetrativa dell'essere”( questa la suggestione inaugurale del mio “Il vivente originario”); così il riconoscimento del “vivente”, della “pienezza vitale”, indizio di espressività artistica, all' interno della organica visione del “gioco delle facoltà” , ricorre nella trattazione storica della “Estetica” ( specialmente kantiana e romantica ), sorpassando i ribaditi limiti di wolfismo e baumgartismo, e accendendosi di entusiasmo per la differenza tra “Vergnugen” e “Gefallen”, piacere nella sensazione e piacere per l'approvazione nel Giudizio ( Kant 1790 ).

Identico motivo il “primo” Croce ritrova a proposito della “forma vivente”che è il bello, o la vita sua fonte ( in Schiller, “Lettere sull'educazione estetica”, 1795 ); del “congiungimento fecondo” di tutte le facoltà ( Jean Paul Richter, “Lezioni di estetica”, del 1804, Capp. 2 e 3 ); del “concetto vivente dell'individuo” ( dallo Schelling “Delle relazioni tra le arti figurative e la letteratura” 1807; fino al Goethe lirico e gnomico); infine della “pienezza della vita”invocata dallo stesso Hegel “panlogista” nelle “Lezioni sull'estetica” del 1831, a caratteristica della qualità piena dell'opera d'arte ( cfr. “Estetica come scienza dell'espressione e linguistiuca generale”. II, Storia, alle pp. 372-385 della ultima edizione Adelphi, Milano 1990, a cura di Giuseppe Galasso ).

Modernamente, la “dialettica delle passioni” ( erede più o meno consapevole del “vivente originario” presso lo Schelling e del “vitale” in Croce ) fonda e nutre il momento del “passaggio” tra le forme dello spirito umano; consente di ritrovare, nel suo seno, le “origini della dialettica”prima ancora di appagarsi nella sistematica di una “dottrina della dialettica” ( del tipo dell' “uniformetto triadico” tesi – antitesi - sintesi , giusta la efficace definizione che della filosofia di Hegel ha dato Bertrando Spaventa, non importa poi fino a qual punto “rimessa sui piedi”, come voleva Marx, perché stabilita sempre per schemi, in quest'ultimo caso “struttura – sovrastruttura”); si media con la “prospettiva”aprendosi a ventaglio sul mondo e sulle opere; giustifica, solo per questa rigorosa distinzione categoriale, il tormentato lavoro esegetico prima di Carlo Antoni poi di Gennaro Sasso, a proposito della cosiddetta “illusione della dialettica”, alla definizione del cui àmbito e dei cui limiti si applica la nostra indagin

 

 


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Andria, 23/01/2018
Avviso per ritiro Diplomi
Si  avvisano  coloro  i  quali  hanno  superato
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