LEOPARDI “REMOTO E PURO”
LA TRASVALUTAZIONE DELLA MEMORIA
NELLE CRISI STORICHE
 
di Giuseppe Brescia.
 

Quando il ferrarese e newyorkese Max Ascoli ( 1898-1978 ), chiude il 13 giugno 1968 la propria creatura pubblicistica ed etico-politica “The Reporter”, detta un socratico “Farewell to Our Readers”, in cui si conferma “a deeply religious man”, “religious man of Freedom”, citando solo due tra i tanti fidati collaboratori di un ventennio: “Of those who are dead, I want to name only one, Gouverneur Paulding; of the living, one whom I have greatly missed lately, Marya Mannes”.Ora il primo dei due, caro e dotto amico, esule francese ( 1887-1965 ), Charles Gouverneur Paulding, critico letterario e d'arte, politologo e moralista illustre, dopo aver collaborato al “Commonweal” tra il 1925 e il 1948 ( con le note “Once in a Bank”, “Wandering Russians”, “A Visit to Arts”, il Poema “Burgos Cathedral”, gli altri commenti “Snow in Calabria”, “Italian Impressions”, “Christian Anarchy – Review” a proposito di Ignazio Silone, “The Seed Beneath the Snow” ossia “Il seme sotto la neve”, nel numero dell' 11 settembre 1942, ed ancora “The Age of Anxiety” di W. H. Auden il 29 agosto 1947, “Polish Jews” di Roman Vishniac il 5 settembre 1947, e il “Message from a Stranger” dell'amica Marya Mannes il 26 febbraio 1948 ), ebbene dal 30 agosto del '49 era passato a illustrare le rubriche letterarie e civili di “The Reporter”, una delle quali detta “A Misura d'Uomo” ( “To Man's Measure” ). In esse vedon la luce – tra i tanti pezzi ( 221 è il totale registrato )- il “Bernard Berenson. Indomitable Spirit” dell' 11 novembre 1952; ancora un Silone, “After Bread and Wine. Review: A Handful of Blackberries”, “Una manciata di more”, il 1O novembre 1953; e soprattutto il secondo articolo di un “Homage to Leopardi”, titolato “Remote and Pure. Leopardi by Iris Origo”, rassegna del più alto rilievo, dal momento che si tenta e ritenta la traduzione del Leopardi pensatore e poeta in lingua inglese.Ed è questo lo spunto ermeneutico su cui vogliamo sostare ( solo accennando all'interesse degli estremi saggi del Paulding affidati a “The Reporter”, tra cui la recensione di “The Saragossa Manuscript” by Jan Potocki e Roger Caillois del 7 luglio 1960 e “A Tourist Who Stayed”. “Outlaws” by Danilo Dolci, l'amico di Aldo Capitini, del 30 aprile 1961, alle pp. 55-58 ): perché la rivisitazione consente da un lato di liberare il tema della “memoria” poetica in tutte le implicazioni, di motivare dall'altro le difficoltà intrinseche della traduzione di Leopardi ( cfr. nota di Tim Parks, cimentantesi con lo “Zibaldone”, sul “Domenicale” del 19 maggio 2013, “Impariamo l'inglese con Leopardi. Sentire la 'logica' della prosa”).Ora, il 10 marzo 1955, nel fascicolo riesumato, il sensibile e versatile Paulding recensisce il saggio “Leopardi. A Study in Solitude” di Iris Origo ( saggio apparso nel British Book Center del '55 ), per osservare: Leopardi wrote them ( i. e.: “The poems” ) in Italian and no paraphrase, no translation, no description can reder them in English. No adjective has any value; the poems cannot be vulgarized, They remain r e m o t e a n d p u r e . (..) It was almost as if he lived in a sort of geometrical desolation in which, for instance, a row of trees led to the horizon, the horizon to a succession of others prolonged into infinity, until a man gazing at any road knew only that he would be traveling upon it forever”.Il “prolungamento” infinito della realtà nella memoria, dunque: è il tema ben presente alla lettura leopardiana d'oltralpe ( non sappiamo quanto avvedutamente compulsata da dottorandi e accademici o specialisti ): ed è un tema, quello della memoria, che si estolle, più o meno negli stessi anni, nel seno della estetica filosofica e della poetica, avvertita del momento tragico, della pena dell'esistere, della violenza talora spietata delle “Storie”. E', da poco è stato, e presto sarà, il tema di Montale e di Proust, di Bassani e Carlo Levi ( per tacer d'altri ). Ma lo è per Antonio Russi ( “Poesia e Realtà. Per un'estetica della memoria”, nei nn. 2 e 3 di “Criterio”, la bella rivista ragghiantiana cui collabora anche Max Ascoli, forse e senza forse ispiratore e reggitore, a proposito della Libertà politica ). E per la Ernesta Bittanti Battisti, studiosa originale della “Primavera” del Botticelli ( in cui ravvisa i simboli dei mesi e del ciclo dell'anno ), pur tra le profonde ferite e lacerazioni sofferte nella persecuzione razziale e nella esperienza del totalitarismo. Lo è per Giorgio Fano, filosofo e autore del saggio “La Filosofia di Croce” ( Milano 1946 ), prevalentemente incentrato sul problema della “sinossi” memoriale, da Kant a Croce. Lo è per lo stesso Guido Calogero, coautore del programma liberalsocialista con Aldo Capitini, storico del pensiero antico e maestro di Pilo Albertelli, corrispondente e insieme dissenziente rispetto a talune dottrine estetiche e politiche del Croce: ma soprattutto, per me ancora, acuto perscrutatore della memoria, sino al punto da elevare come un inno in “Quaderno laico” ( che è poi la raccolta degli scritti per il “Mondo” di Mario Pannunzio ) alla memoria, “madre di tutte le nove Muse”, nate a un sol parto, con splendida attualizzazione dei versi della “Teogonia” di Esiodo, in cui si affiancano mirabilmente Mnemosyne e Lesmosyne, Risveglio e Dimenticanza, Rammemorazione e Oblìo, in pagine essenziali che hanno consentito la a precisazione delle funzioni dei “modi categoriali”, all'interno del circolo spirituale ( “Questioni dello storicismo”. I. “Il Tempo e le Forme”, Galatina 1980 ). Lo è, e sarà ancora, per Rosario Assunto, forse il massimo, purissimo interprete e cultore della Memoria e del Tempo, nel secolo trascorso. Si unisce spontaneamente nel culto della rimembranza poetica il fine e incisivo Attilio Momigliano, la cui lettura “in servizio della poesia” della Divina Commedia risarcisce risarcisce del trauma della espulsione dalla Università e poi del difficile rientro in qualità di “soprannumerario” ( cfr. “In servizio della poesia”; AA. VV.,Il ritorno alla vita”, Giuntina 1998; R. Bonavita, “Una ingiustizia strana e indecifrabile. Il difficile rientro di Santorre Debenedetti e Attilio Momigliano”, ne “Il difficile rientro. Il ritorno dei docenti ebrei nell'Università del dopoguerra”, Bologna 2004, p. 153 ). Ma non è stato forse per l'appello della teoresi, o intuizione lirica, o della preghiera e della musica, che tante anime hanno resistito nel buio della notte ?Ora, l'estetologo Antonio Russi, “Per un'estetica della memoria”, coopera a far volare alto “Criterio”, la rivista coraggiosamente coniata da Ascoli e Ragghianti, partendo dal passo dello “Zibaldone” di Giacomo Leopardi. “All'uomo sensibile e immaginoso, che viva come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose”. Russi ne deduce, via via, una legge dello “sdoppiamento degli oggetti”, per virtù della memoria, appellandosi ancora a Leopardi: “Trista quella vita ( ed è pur tale la vita comunemente ) che non vede, non ode, non sente se non che gli oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione”. “Il vantaggio di questa formulazione leopardiana è che ci consente di trattare una questione essenzialmente teorica, tenendoci su un terreno molto concreto”:”ma non ci ha detto – prosegue il nostro- quali sono le caratteristiche che differenziano l' a l t r a t o r r e e l a l t r o s u o n o dai primi”. Semmai – dopo aver notato la trasparenza del linguaggio leopardiano ed evocato il carteggio Goethe- Schiller -: “dobbiamo riconoscere che, se si guarda anche all'attività dell'artista, gli oggetti non sono d o p p i, come parevano al Leopardi, sono semmai t r i p l i. C' è infatti la torre 'oggetto semplice', offerto dai sensi; c'è la torre rifratta nella fantasia dell'uomo immaginoso, e quindi 'confusa', 'indefinita', trascinata in un ondeggiamento vago di ricordi; c'è infine la torre dipinta dall'artista il quale dovrà s u g g e r i r e le innumerevoli immagini e il 'vago ondeggiamento'; ma non essere essa stessa 'incerta', 'confusa', 'indefinita'. Ciameremo il primo di questi stadi 'oggetto', il secondo 'memoria', il terzo 'opera d'arte' ( o oggetto estetico). Antonio Russi non conosce “Conoscenza oggettiva” di Popper, di imminente traduzione e introduzione in Italia: ma la sua tripartizione sembra non dissimile dalla topica dei tre Mondi del sapere, ragionata dall'epistemologo austriaco: Mondo 1, lo stadio degli oggetti fisici e percepiti fisicamente; Mondo 2, qui, l'intenzionalità dello stato memoriale o la disposizione della coscienza al ricordare, creare, poetare ecc; Mondo 3, il possesso per sempre della cultura pro-dotta, realizzata in forme e che rimane nella storia dello spirito umano.Quindi, il novello critico istituisce il parallelo tra l'estetica prammatista del Dewey e l'estetica idealistica del Croce, per riproporre il problema del ruolo e della funzione della “tecnica” nell'ambito della estrinsecazione e del processo di creazione artistica ( problema presente anche al Montale, al Fubini, al Ragghianti, a Parente, pur sotto angoli visuali differenti ). Pure, il Russi si chiede “da dove provenga”, il “lampo di luce” della poesia: a commento dell'asserto crociano,“Prima che scatti la scintilla poetica non ci sono figure rilevate nella luce e nell'ombra, ma il buio”. Questo processo di “incertezze”, “ondeggiamenti”, “ricerche”, e del “va e del vieni” ( aveva detto De Sanctis a proposito del Dante giovanile in pagine stupende ) rispnde in effetti a ciò che noi chiamiamo e ravvisiamo per la “dialettica delle passioni”, insieme culmine o adempimento dell'opera d'arte e momento preparatorio, temporale, maieutico della ricerca espressiva. Sì che il Russi stesso riconosce in Croce: “E ha parlato di un 'afflato cosmico' che pervade la poesia, di un 'dramma' che in essa si attua e che impegna l'uomo morale, oltre che l'artista; ma è anche vero che questa 'totalità' dell'arte si realizza sempre, per lui, in un lampo”. Lo stesso Carlo Antoni, cui il Russi si accosta fiducioso ( più che al Parente ), ha discusso con chiarezza di una “catarsi di una catarsi”, a proposito dell'arte, in “Commento a Croce” ( Neri Pozza, 1959 ) ed altrove.Nella seconda puntata del notevole saggio ( sempre in “Criterio”, 1957, pp. 267-276 dopo le 198-205 ), il Russi torna sul parallelo Dewey – Croce, per affermare che in Croce i momenti dell'attività processuale creativa si riadducono a due. La “torre-oggetto” mescolata ai sentimenti della vita pratica; e la “contemplazione” di essa da parte del pittore. Sarebbe scomparso il filtro “memoriale”, la “torre-memoria” appunto. Quel che è certo ( concorde il citato Bernard Berenson ) è che la rappresentazione “pura” non può coincidere con la “percezione vissuta”. Che è quanto nobilmente Rosario assunto abbiam visto ripetere a proposito della poesia di Eugenio Montale, opera non già di “mimesis” realistica, di “realtà”; ma di “verità”, ossia trasvalutazione degli oggetti nella intuizione lirica creatrice di forme dell'autore.Svariando su giudizi critici e revisioni categoriali dell'ultimo Croce a proposito di Dante e Manzoni, non senza riconoscere il valore ammirativo e caratteristico di alcune formole crociane sulla poesia della didascalica e complessità del linguaggio dantesco o sulla poesia dei “Promessi Sposi”, il Russi però si avvicina soprattutto alla critica degli scartafacci o delle varianti d'autore, allora in voga grazie al Contini; o al concetto di “poetica” come coscienza critica dell'autore rispetto alla propria opera, tipico del Binni. Alla fine, resta pur sempre il problema del ruolo e della funzione della memoria. La “eco della memoria” c'è di più in De Sanctis: conclude perciò il Russi. Ma in Croce c'è la ricerca del “valore” estetico; la “verità” ideale dell'arte. Si può dire che la quistione è insolubile senza “avvicinarla al tempo” ( come scrive sul finire del saggio Antonio Russi ): e allora al Kant della “Critica del Giudizio” 1790, per il “termine medio tra la facoltà del conoscere e la facoltà del desiderare”, o magari allo stesso Kant della “Analitica trascendentale”, per le forme ideali del tempo dedotte epistemologicamente ( una volta per sempre ) nella “Critica della ragion pura” 1781. Il “ruolo mediano” della memoria può essere salvaguardato meditando sulle “modalità regolative del tempo”, onde ( come insegnava Goethe ) il “cielo delle pure forme” viene immesso nella “corrente della vita”.L'esempio principe di Leopardi richiama le bottiglie e le nature morte di Giorgio Morandi ( oggetti, filtrati nella specola della teoresi, 'ricordati' e 'rivissuti' all'infinito, quindi opere d'arte ); le tante “Montagne Sainte-Victoire” di Paul Cezanne, oscillanti tra il mimetico e il fantastico, la riproduzione e la intuizione lirica; i “Giocatori di Carte” dello stesso Cezanne nelle varianti 1890-1892, sull'impronta archetipale della 'relazione' e dell'accadimento osservato dal quarto personaggio alle spalle, sulla parete con le quattro pipe; e via. Oppure, nel Montale di “Delta”, il doppio profilo “ai muri il cinabrese”; nelle “Occasioni”, “Tu non ricordi la casa dei doganieri”; finalmente in “Satura” e “Diario del '71 e '72”, i versi che ritmano al rallentatore della memoria “Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale”. Insomma, per altre e tante e molteplici, ma convergenti , vie si ripropone ed esalta quel ruolo 'regolativo' della memoria che dal mito esiodeo alla epistemologia della conoscenza e della appercezione trascendentale è stato riconosciuto nel potere e nel valore della Memoria.

 


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