Max Ascoli, “A Worldly Philosopher of Freedom” and The Essential “Reporter”,

di Giuseppe Brescia

Quando arriva in America, a New York nel '31, grazie all'aiuto diretto di Luigi Einaudi e della Rockefeller Foundation, Max Ascoli possiede un inglese ancora scolastico, è vivamente angosciato per le sorti di tanti amici liberali ebrei rimasti in Italia e in Europa ( da Leone Ginzburg a Eugenio Colorni, entrambi del '09 e perciò quasi fratelli minori di un decennio ), cerca in tutti modi la ricongiunzione di “Humanities” e “potere”, che purtroppo in Italia ed in Europa era sempre sfuggita ( nonostante la testimoniale opera del Croce e dei suoi non molti sodali: se si vuole, prima ancora, di De Sanctis e Labriola, e ancora indietro di Vico e Giannone, Mazzini o Cattaneo ).

Pochi anni e mesi dopo, padroneggia la lingua inglese, veste la giacca bianca in perfetto stile di vita statunitense, si fa amico fidato di giornalisti e politici, scrittori e uomini del Congresso; non riesce a salvare tanti fratelli ebrei, ma alcuni sì; fonda con Gaetano Salvemini “The Mazzini society”, sodalizio importante ma non di “massa”; allarga sempre più la raggiera di interessi ed amicizie; finché, via via, collabora a “The World” - “Il Mondo” ( caro vecchio titolo di testata fiorentina, alla Alessandro Bonsanti; poi ripreso dal tenace liberale Mario Pannunzio, che la chiude -anch'egli – nel 68!);fonda con alimenti propri ( e della consorte ) la rivista quindicinale “The Reporter” ( dal 1949 al 1968), rivista che in alcuni tratti e fasi sembra dettare la linea e tener alta la fiaccola della Libertà nella vita politica americana e mondiale. Alla fine dirà: “solo in questo Paese mi sono sentito veramente importante e pienamente realizzato “

Ma – ahinoi !- vivrà in modi aspri e difficili proprio gli ultimi anni della parabola americana, quando esalterà – dopo la “fredda precisione” di John Fitzgerald Kennedy – il “decisionismo” e “presidenzialismo” di Charles De Gaulle e Lyndon Johnson, sino ai tempi del Sessantotto e dell'intervento militare degli States in Vietnam. Alcuni storici o raccoglitori di ritagli di giornale hanno messo in risalto la di lui vicinanza alla C.I.A. ( Central Intelligence Agency ): in qualche film degli anni Novanta si allude a suoi collaboratori, in vesti di agenti o sicari prezzolati dalla agenzia di Langley. Ma non è dimostrato che “The Reporter” beneficiasse di siffatti canali di azioni o interventi, fondi occulti o palesi. Anzi, i resoconti di abbonamenti e sottoscrizioni ( con le confidenze autobiografiche che si raccolgono dalla rivista e dai documenti custoditi a Boston, ancora studiati da Renato Camurri ) dimostrano che Max Ascoli aveva rischiato, e continuava a rischiare, del suo. Era la “fede nella libertà”, la “religione della libertà”, che lo spingeva senza tregua a battaglie anche dure e difficili, talora impopolari, fatte tra falsi amici e veri avversari. Perciò, lo chiamerei ( parafrasando il titolo del bel libro dedicato a Albert Otto Hirscham da Edelkman ) “ Worldly Philosopher”, anzi precisamente: “Worldly Philosopher of Liberty”. Negli anni Trenta, si crea sùbito in America un “problema” pregiudiziale, che Ascoli ha il merito e coraggio di “smontare” con felice intuito e prontezza. “After Mussolini, What ?” ( “Dopo il Mussolini, che cosa ci attendiamo ? - Il comunismo” , stava diventando una “vulgata” di parte dell'opinione pubblica reazionaria statunitense ).

Il 17 febbraio 1936, “lunedì”, l'azionista e meridionalista barese Michele Cifarelli, grande oratore detto “crisostomo” o “bocca d'oro” per la eloquenza libera che lo caratterizzava ( Bari 1913 – Roma 1999), nel suo “Diario 1934-1938” ( ignoto alle bibliografie sull'Ascoli ), non manca di annotare: “Fabrizio mi ha fatto leggere un bell'articolo antifascista pubblicato a New York da fuorusciti nostri. Siamo pienamente d'accordo” ( cfr. “Libertà vo' cercando...”, a cura di Giancarlo Tartaglia e con prefazione di Piero Craveri, Rubbettino 2004, p. 100 )

Si tratta dell'articolo-appello apparso sul “Washington Post” il 22 aprile 1936, a firma di Max Ascoli, Giulio A. Borgese, Michele Cantarella, G, Ferrando, Gaetano Salvemini e Lionello Venturi (il grande storico dell'arte ): appello poi ripreso e rilanciato in numerosi altri giornali americani ed europei , sino alla traduzione “Dopo Mussolini che cosa”, riferita da Ercole Camurani nella bibliografia di “Max Ascoli” ( p. 281 del volume collettaneo, edito da Franco Angeli, Milano 2012).Nell'Archivio di Michele Cifarelli ( Roma, fasc. 002/3), l'appello è presente in una retroversione di fonte francese, con il titolo “Una lettera di intellettuali antifascisti a proposito del cosiddetto percolo comunista in Italia”.

 

In essa e con essa, alla domanda originale in lingua inglese, domanda angosciosa cui molti sarebbero stati tentati di rispondere “Dopo Mussolini, il comunismo!”; viceversa l' Ascoli oppone: “Italia. Noi abbiamo fede nella vitalità, nella saggezza, nel buon senso del popolo italiano. C'era stata un'Italia prima di Mussolini. Ci sarà un'Italia dopo di Mussolini. Un'Italia libera, nel concerto delle Nazioni”. “Vitalità” “Saggezza” Buon senso” ( cioè: “Criterio”, dirà poi Ragghianti, fondatore di omonima rivista del 1957-'58): queste le profonde risorse spirituali ed etico-politiche, a garanzia della rinascita dell'Italia libera, “nel concerto delle Nazioni“. E' questa la risposta immediata di Max Ascoli ( e dei suoi compagni fuorusciti ), in perfetto taglio risorgimentale e crociano.

Solo di un articolo – per la verità 'effettuale' delle cose – si è potuto dimostrare che sia stato il frutto della CIA, il rapporto di un inesistente colonnello sovietico Kyril Kalinov, pubblicato in “The Reporter” del 26 settembre 1950, dal titolo “Ex agente sovietico racconta: come la Russia ha costruito l'esercito nordcoreano”, allo scopo di avvalorare la tesi – peraltro preesistente fattualmente – della disegnata invasione comunista della Corea del Nord. Tralasciando qui e ora l'attualità della questione ( tornata prepotentemente in campo con le ripetute minacce nucleari da parte della Corea del Nord verso l'Occidente ), è stato effettivamente dimostrato dallo studioso asiatico John Halliday, in collaborazione con B. Cumings, che l'articolo era un falso fabbricato ad arte, per rimarcare la convinzione nella opinione pubblica mondiale della minaccia coreana, egemonizzata e diretta dalla Unione Sovietica ( cfr. J. Halliday – B. Cumings, “Korea: The Unknown War”, Pantheon Books, New York 1988, p. 72 e Elke van Kassel, “The Reporter” (1949-1968):” il lascito americano di Max Ascoli”, in “Max Ascoli”, vol. cit., p. 242 in: 228-248 ). La stessa attenta studiosa che rivela questi aspetti, non manca nel contempo di registrare: “Nel corso degli anni Max e Marion Ascoli investirono 11.636.000 dollari nella rivista. I costi totali, le perdite, i costi di liquidazione e le spese della società madre della rivista, la Fortnightly Corporation, raggiunsero la cifra di 21.403.000 dollari. Le perdite subite dalla rivista furono compensate dall'acquisto di un certo numero di società che hanno realizzato profitti. Quindi i coniugi Ascoli non avevano la necessità di rivolgersi a dei finanziatori, trovando il modo di finanziare il progetto senza dipendere da esterni, né tanto meno indebitarsi con qualcuno, fossero inserzionisti o fondazioni private” ( l.c., p. 241 ). Vero è che potrebbe trattarsi anche di una “copertura” creata 'ad hoc', per dimostrare l'indipendenza della rivista ( come anche ipotizzato nel contesto ): ma, in definitiva, sembra più attendibile la tesi di un fiancheggiamento ideale ed etico-politico, più che di ispirazione diretta e finanziaria, qual sarebbe stato messo in campo da Ascoli con il suo “Reporter”, nei confronti di esponenti della Agenzia di Langley. Si tratta di un complesso gioco strategico, ove il “kratos” o il momento del “potere”, ricercato in Europa per battere i totalitarismi i genocidi e le discriminazioni razziali, finalmente si concretizza su scenari nuovi, che travalicano essi pure – in talune circostanze – l' “ethos” e il rispetto della coscienza morale; per contrastare le opposte strategie sovietiche e del KGB, che allungano le loro pretese nel mondo, dalla dominanza in Europa dell'Est fino a Cuba.

In questo travaglio, vive, si forma e trepida l'anima di Max Ascoli. Mi sta in mente un notevole passo dell'amico ideale Raffaello Franchini ( che ne traccerà un profilo a Ferrara nel 1980: “Ascoli tra Giustizia e Libertà” , sul “Mattino” di Napoli del 12 luglio '80), passaggio tratto dal capitolo “Oracoli, filosofia della storia, leggi scientifiche”, della geniale “Teoria della previsione” ( 1964, Napoli 1972, 2^ ed. , p. 15 ), là ove è colto perfettamente il giuoco di contrapposti condizionamenti strategici e sofistici, sino al limite della disinformazione. “Comunque resta acquisito che anche da codeste forme arcaiche o inferiori di previsione – oracoli e magie – emerge prepotente il bisogno umano di influire sulla realtà, di dominarla o almeno di modificarla: l'oracolo, come la profezia, non vale per quello che corrisponde a quanto poi si verificherà, ma soprattutto per la guisa in cui (oltre le stesse intenzioni di chi vi fa ricorso ) riuscirà, come già vedemmo, a influire sugli eventi futuri. La forza del profeta è misurata dall'efficacia che la profezia dispiega sui contemporanei, non sui posteri: egli mette i primi di fronte a un dato tragico o drammatico considerato come ineluttabile e cerca di ottenere che l'azione dei suoi attuali ascoltatori si indirizzi in un senso piuttosto che in un altro. Se poi noi dilatiamo e smitizziamo l'opera del profeta fino a giungere a quella moderna forma di oracolo-profezia che è l'azione politica, ci rendiamo conto che essa è tutta sottilmente e drammaticamente intessuta di previsioni che si scontrano e si commisurano; e in essa vince non sempre e non solo chi meglio è riuscito a prevedere, cioè a comprendere, la realtà in sviluppo; ma più spesso , e in maniera eminente, chi ha spinto e indirizzato le forze politiche in una determinata prospettiva e direzione. 'Sarà così, è sempre stato così'; oppure: 'Questa volta non sarà più così': il politico rassicura i suoi amici e cerca di scoraggiare i suoi avversari innanzitutto e soprattutto in base a un gioco prospettico, abilissimo, di ombre del passato che si proiettano sulle luci del futuro, verso i tempi che hanno fretta, che sono già cambiati e al politico saggio non resta che prenderne atto, senza perdere altro tempo. Onde anche, soprattutto da parte dei giacobini e dei rivoluzionari, quel tono di dramma, quell'accento di sollecitudine ansiosa, quella fretta di adeguarsi al futuro, che contraddistinguono i loro interventi nella realtà politica”.

Si potrebbe dir meglio, con maggior acume e profondità a un tempo, del 'commisurarsi' e 'scontrarsi' di previsioni; dello sforzo di 'indirizzar le forze politiche in una determinata direzione'; del 'gioco prospettico abilissimo' fatto di 'rassicurazioni' per gli amici e 'sollecitudine ansiosa' per il futuro nei novelli giacobini e rivoluzionari ? Sembrano tutte cifre teoretiche, ben apposte a definir anche il gioco contrapposto di strategie dell'informazione, fatte per condizionare le azioni e decisioni politiche: nel senso, dunque, che può fare apparire legittima, o almeno congruente rispetto alle aspettative, nel pensiero e nell'opera di Max Ascoli, la preoccupazione per le sorti della Libertà, talvolta incline al fiancheggiamento delle agenzie politiche statunitensi. Per noi ultimogeniti della modernità, l'esperienza americana dell' Ascoli può tornare utile, sol che si pensi a quante volte la cosiddetta strategia della “tensione” o il tentativo di addossare alla Cia veri o presunti “complotti” ( l'ultimo dei quali sarebbe causa dell'abbattimento delle Twin Towers il fatidico 11 settembre, contro ogni testata evidenza ) rischia di dominare il panorama della attività politica ( cfr., contro la “retorica del complotto”, il classico testo di Zefiro Ciuffoletti; i saggi di Nicola Matteucci, “Dal populismo al compromesso storico”, Edizioni della Voce, Roma 1976 e Guido Brescia, “La teoria del complotto”, Albatros, Milano 2006 ). Ancor più di recente, si registra un caso estremamente più raffinato e subdolo di disinformazione attraverso i “miti” del tempo totalitario, fiorito a proposito della storiografia cosiddetta contro-fattuale. Se la rivista “Reset” ha promosso l'iniziativa editoriale “La storia con i se”, riempiendo il paradigma popperiano “Futuro Aperto” ( dal dialogo Popper – Lorenz ) con alterne esemplificazioni e casistiche ( dove però il caso della vittoria di Bush padre o l'altro del fallimento della rivoluzione d'ottobre di Lenin scoprono un sottinteso ideologico) , ebbene immediatamente il PresidenteVladimir Putin ( chiamato in campo per la gravissima situazione della Siria ) introduce, o tenta introdurre, una propria storia contro-fattuale, sostenendo che Josif Stalin sarebbe stato superiore al Presidente americano Harry Truman, perché non avrebbe mai sganciato la bomba atomica su Hiroshima o altri nemici (tacendo però che, contrariamente a quanto affermato, in tanto la bomba atomica non preoccupava Stalin e Mao, perché, in ogni caso, a loro dire, sarebbero sopravvissuti soltanto milioni e milioni di comunisti e di cinesi !). Inoltre, l'America avrebbe perpetrato il genocidio degli Indiani ( dimenticando tutte le discriminazioni e stragi staliniane a danno dei Tartari in Crimea, o la “Grande Fame” in Ucraina, le persecuzioni di polacchi ed ebrei, nonché intellettuali bielorussi e rumeni con tutte le altre operazioni da “Libro nero del Comunismo” o “Oro di Mosca”, che sono state messe tra parentesi nel dibattito etico-politico, dopo l'affossamento della Commissione Mitrovkin ).La lezione di Ascoli sta in questo scaltrimento antisofistico e antitotalitario, che egli e il Franchini hanno saputo trasmetterci in campi diversi ma affini, consentendo di debellare le 'veline rosse' del nostro tempo ( v. Fabrizio Dragosei, “La storia riscritta da Putin: Stalin meglio degli Usa”, “Corriere della Sera” del 13 giugno 2013, p. 16 ).

Ora, per tornare più centralmente all' Ascoli e al suo “The Reporter”, ci sembrano degni di rilievo i saggi del sociologo Isaac Deutscher ( tra cui, appunto, “The Latest Ambiguities of Stalin, the Aging Oracle”, del 23 dicembre 1952, pp. 24-27, materia calzante e propria per la teoresi della previsione di Franchini, che associa nella sua critica la nuova “azione” politica ai vecchi “oracoli” ); e tutti quelli dell'amico francese Gouverneur Paulding ( “Bernard Berenson”. Indomitable Spirit”, 11 novembre 1952, p. 40 ).

Integrando l'antologia ascoliana fino al 1960, “Our Times. The Best from the Reporter. Edited by Max Ascoli” (New York, Farrar Strauss and Cudahy, 1960, pp. X-502 ), con la raccolta completa di “The Reporter” custodita presso il Centro Studi Americani di Roma ( che ringrazio il Presidente On. Giuliano Amato e la Dott.ssa Desio , con l'aiuto delle collaboratrici Carbone e Capristo, di avermi consentito di consultare ), proverò a fermare l'attenzione su alcune tappe essenziali delle Note e degli Interventi, anche di politica culturale, salienti nell'impegno quindicinale ( in realtà diuturno ) di Max Ascoli. Egli fu il primo a denunciare una “lobby Cinese” ( 15 aprile 1952, “The Cina Lobby. Introduction”, pp. 3-4; “In Conclusion”, pp. 46-49 ); a parlare di “uso della Forza” ( 8 settembre 1955, “If Not Force, Then What ?”, p. 12); dell'abisso che corre “From Utopia to Reality” ( 22 settembre 1955, pp. 12-13 ); soprattutto, all'interno di un ampio Dossier, delle “Notes on Israel” ( 11 luglio 1957, pp. 6 sgg. ). Elogia poi Claire Sterling ( “The Lady of Villa Taverna”, 23 febbraio 1956, pp. 12-19; entra nel dibattito sul “Futuro del Liberalismo”, rimproverando “The Scarsity of Ideas” anche ad Arthur Schlesinger ( 3 maggio 1956, pp. 8-16 ).

Notevolmente, è il primo in America a dare notizia del “Dottor Zivago” di Boris Pasternak, di cui è venuto a conoscenza tramite il coraggioso editore Feltrinelli, anche su consiglio dell'altro ferrarese e consulente Giorgio Bassani. Autentico “inno alla Libertà” è la premessa di Max Ascoli, “First Excerpts from Doctor Zhivago by Boris Pasternak”, p. 8 del fascicolo del 10 luglio 1958, “A Great Book from the Soviet Union. Selection from Pasternak's Doctor Zhivago” ( pp. 8-16 ).

Scrive dunque l'Ascoli, crocianamente anche se con sempre implicita menzione: “The quietly states message of this book is that politics c a n n o t c o n t r o l t h e w h o l e o f l i f e, for there is in man a n i n n e r r e a l m t h a t n o p o l i t i c s c a n e v e r t o u c h. (..) The machinations and trumpettings of any Caesar may sometimes play at being destiny and at licensing truth. But t r u t h i s t o b e f o u n d o n l y 'i n in t e r i o r e h o m i n e'. We in the West are accustomed, every hour on the hour, to hearing exaltations of the human spirit, of freedom, God, and Christ. The values have been out-lawed in the Communist East and defiled in the democratic West”. Il “regno interiore” dell'uomo non può essere toccato. La politica non può pretendere di “controllare e dominare l'intierezza della vita”. Ciò che in Occidente è costume acquisito (esaltare “ogni ora per ciascun'ora” lo spirito umano, Dio, Cristo e la Libertà), nel comunismo sovietico è “fuori legge” . Questa non è “guerra fredda”in Ascoli, bensì “religione della libertà”, donde discende - soltanto - la netta demarcazione dei due sistemi ideali e di vita.

Nello stesso numero del 10 luglio 1958, Isaac Deutscher commenta “Act Two of Hungary's Tragedy”( pp. 17-18 ): la tragedia, cioè, di Imre Nagy e del suo popolo, di cui narra Indro Montanelli nel noto “I sogni muoiono all'alba”. Quindi, si segnalano tutti gli editoriali di Max Ascoli a proposito della genesi, svolgimento ed effetti della duplice crisi cubana: “The cool Precision of John Fitzgerald Kennedy”( 16 febbraio 1961, p. 22); “Foreign Policy after Cuba”( 25 marzo 1961, pp. 18-19 ); “Escalation from the Bay of Pigs” ( 8 novembre 1962, pp. 24-25: a proposito della tesi onde il Presidente non sarebbe stato avvertito dalla Cia dell'operazione fallita ); con l'intermezzo dei commenti di Max Ascoli sul motto “Meglio morti che rossi”, nel pezzo “This 'Red-or-Dead' Nonsense” ( 12 ottobre 1961, pp. 26-28) e intorno a “The Elections” ( 22 novembre 1962, p. 20 ), e le “Reflections on Cuba” del futuro Segretario di Stato, dopo Robert Mac Namara, Henry A. Kissinger ( ivi, pp. 21-24 ).

Lavoro titanico quello di Max Ascoli, spesso tra estreme incomprensioni che lo sfiniscono e sfibrano. Lavoro che ce lo fa riguardare come “filosofo pratico della libertà”, quasi fratello e sodale di Eugenio Colorni, Leone Ginzburg, i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Pilo Albertelli, Carlo Ragghianti, Ernesta Bittanti Battisti, Aldo Garosci, Leo Valiani, Mario Pannunzio, e in ambito europeo Boris Pasternak, Michail Bulgakov, Vaclav Havel, Arthur Koestler, George Orwell, ancora Ignazio Silone ( seguito sulle colonne di “The Reporter” ), Lello Franchini, e se si vuole Enzo Tortora, Aung San Suu Kyi e altri ancora. E se con Aby Warburg “Gott ist im Detail”, “Dio è nel dettaglio”, anche per noi vale “Il male è sempre lo stesso; è il bene che si diversifica perché è creativo”; e dunque – in ogni difficoltà sessantottesca o postsessantottesca – si libera una sorta di attualizzazione di Joyce e del suo “Here comes Every Body” nel corrispettivo ermeneutico “Here Circulates Entering Every Idea” .

Si vuol dire, cioè, che la risposta al male totalitario, e dunque al sofisma e alla menzogna della “neo-lingua”,provoca l'intelligenza, facendo “ribellare il pensiero”( come dice di sé il Croce in rapporto al fascismo), così costringendolo a investigazioni sempre più complesse, ma eternamente ri-circolanti per le “immutevoli idee” ( le categorie, la libertà, i principi costitutivi e regolativi, le origini della dialettica, previsione e profezia nelle scienze sociali, la teoria del giudizio prospettico anzi del giudizio senz'altro, la vitalità e la moralità come concetti “pluripotenti” e per ciò stesso “risposte al male” nella storia).

Ascoli è un raccoglitore “mondiale” di siffatte testimonianze ( tanto più convintamente fatte proprie, quanto meno letterariamente esibite ).

Gli anni Sessanta furono i più difficili per la sua testimonianza liberale, di cui il valore di “staffetta”ideale e pratica segna il mai intermesso rilancio. Dopo gli approfondimenti sulla “questione cubana”, Ascoli dedica ampio spazio al “Revolutionary Regionalism in Southeast Asia”, con un rapporto di Robert Dickson Crane ( 2 maggio 1968, pp.11-16 ); all'impegno in Vietnam ( per Denis Warner, “Vietnam: Hard Battles still to be Fought”, ivi, pp.16-19 ); all'Editoriale difensivo “On Lyndon Johnson” ( 16 maggio 1968, p. 8 ); fino al testimoniale “addio ai lettori” ( “Farewell to Our Readers” ) nello stesso numero del 13 giugno 1968 che critica “The Nihilist Revolution in France” ( rubrica “At Home and Abroad”, di Edmond Taylor ) e dà spazio alla prospettiva di Sam Bingham ( “Vietnam's Catholics debate the Future”, pp. 27-38 ).

Nell'ultimo Editoriale, precedendo di un semestre l'analogo “Ai lettori” del “Mondo” dettato da Mario Pannunzio con la sua socratica citazione dell' “orientamento” crociano “Il mondo va verso..”, Ascoli lumeggia e ripropone il proprio “credo nella libertà”. “I have been a teacher in my native country and pursued my vocation here, where I felt I belonged, using the spoken and the printed word . (..) More than once, 'The Reporter' carried an editorial titled 'This Liberal Magazine'. ?Freedom is never unalloyed, and were some metaphysical laboratory ever to produce 'pure freedom' it would not be worth having..The first condition for making freedom prevail and defeating Communism is to avoid pursuing either goal for its own sake. Liberalism is definitely intolerant of anything considered as an end in itself-including liberty. What can be said of life can be said of liberty: We cannot live life, but we can live, as fully as we are able to, that fragment of life which is ours. A liberal, a man who cultivates the skills that make freedom operational, is always a man on special assignment. Because of its devotion to freedom, this magazine is always on special assignment”.

Quindi, ricordate le battaglie del giornale ( 'The China Lobby', 'The Berlin Wall', la critica del maccartismo, o la “direct democracy” ), va al cuore religioso del problema della libertà. E confida: “Perhaps one of the most grevious mistakes has been mine: I muzzled myself when it came to spiritual and religious matters because I was afraid of showing myself for what I am. A d e e p l y r e l i g i o u s m a n. This should be enough with mea culpas were it nott for a little addition: my last two heroes were Charle De Gaulle and Lyndon Johnson”.

“A deeply religious man”: della religione della Libertà. Ce n' è abbastanza per creare incomprensioni e ostilità: dice Ascoli. E se poi si aggiunge la “difesa presidenzialista” di De Gaulle e del Presidente Johnson ( non il “Johnson boia” dei movimenti contestativi del '68 ), ce n'è ancora abbastanza per colmare la misura ! Pure, proclamando i diritti del 'sacello' interiore, il diritto di essere soggetti di diritti ( come aveva scritto sul “Criterio” di Ragghianti nel '57 ), il “regno interiore” dell'uomo eticamente “profondamente religioso”, Max Ascoli non fa che ricongiungere quasi goethianamente il “primo” se stesso con l' “ultimo”: l' Ascoli del frammento giovanile “Ritornare alla terra” del '17 con l'Ascoli delle strenue e inarrese battaglie americane e mondiali per la Libertà. Il suo “ebraismo modernizzante” si è ormai affatto laicizzato: ma serbando come il cuore pulsante della “fede”, la “fede nella libertà”, e passando per i valori dello “spirito umano, Dio, Cristo, libertà e democrazia” ( come scrive per la prestigiosa scoperta e diffusione di Boris Pasternak ). Certo, è la “libertà operativa”, “operational”, che interessa ora e sempre l'Ascoli: e tale, cioè, da presupporre l'uso della 'forza', strumento necessario all'occorrenza. In guisa che non sarebbe spiaciuta al fondatore della modernità, l'italiano e fiorentino Niccolò Machiavelli, “Se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono”.

Ma si badi pur sempre, e bene, con il corollario personale e storico dello stesso Machiavelli: “Ognuno vede quello che tu pari; pochi sentono quello che tu se' “ ( cfr. il XVIII capo del “De Principatibus” 1513, “In che modo e' principi abbino a mantenere la fede”: in circolo, il mio “La dolcezza del vivere libero e la teoria della previsione. Machiavelli Bovio Croce”in ”Tempo e Idee”, Istituto Tecnico 'Carafa' di Andria, 2013 ).

La “forza”certo, anche la “forza”! Se può esser consentito un ricordo autobiografico, incastonato come in una serie di “idées rétrouvées”che compongono a lor volta la collana dei “sincronismi”storici, dopo la seconda guerra mondiale ci furono eccidi e stragi nel Mezzogiorno d'Italia, specialmente ad Andria ( ma anche a Minervino Murge e Caulonia ), quando nel'46-'47 la folla inferocita assassinò le sorelle Luisa e Carolina Porro, bloccò le vie d'accesso alle città contermini, attaccò i Carabinieri e divelse le protezioni delle scale nel Palazzo di Città. Il processo di Trani, che ne seguìnel luglio del '48, ebbe vasta eco nazionale e internazionale. Fu seguito, tra i tanti, dallo scrittore calabrese Corrado Alvaro, per il “Corriere” (“L'eccidio di Andria”, poi ne “Un treno nel Sud”, Bompiani 1958, pp. 77-83 ); dal filosofo cieco della libertà Consalvo Ceci e Michele Abbate per la “Gazzetta del Mezzogiorno”; da Mario Pannunzio per il “Risorgimento Liberale” dell' 8 marzo e 10 marzo 1946( cfr. i miei “La provincia e l'umanità”, Cadmo, Roma 1982, p. 147; “Croce inedito”, Napoli 1984, pp. 550-553; “Radici di Libertà”, Laterza, Bari 2011, pp. 153-154 con Mirella Serri, “I profeti disarmati.1946-1948.La guerra fra le due sinistre”, Corbaccio 2008, pp. 108-115 ).

Ebbene, nella casa paterna di via Mura San Francesco al numero 15, quasi di fronte ala Palazzo di Città, sentivo i miei esclamare con preoccupazione: “E' stata chiamata la Celere, da Bari !”- a riconoscimento della necessità dell'intervento delle forze dell'ordine ( ben oltre le viete giustificazioni sociologiche sulla “Fame violenta”, e a causa della violenza suscitata da un comizio sincrono del sindacalista Di Vittorio). Ascoli come un secondo “padre” ( mio padre, Guido, andava in bici a Barletta a fare rifornimenti alimentari ): figura inconsapevolmente “genitoriale”. Del resto, emblematicamente, “la vita di Max Ascoli può essere raccontata attraverso alcuni dei film dell'epoca in cui è vissuto” ( James Edward Miller, “Costruire un ponte tra due mondi:Max Ascoli e la questione italiana (1940-1945)” in “Max Ascoli antifascista, intellettuale, giornalista”, cit., pp. 208-227 ). Dalla generazione di mio padre eran specialmente amati “La vita è meravigliosa” di Franz Capra ( ritratto dell'America che esce dalla repressione e guarda avanti ) e “Casablanca”, il capolavoro di Michel Curtiz, con Humphrey Bogart al piano, il cui uomo con la giacca bianca Lazlo è stato letto dagli storici come la personificxazione, più che di Randolfo Pacciardi, dello stesso Ascoli.

Quando muore Ascoli, esce il mio primo libro ( inconsapevolmente “filiale”), “Non fu sì forte il padre”.Letture e interpreti di Croce ( Editrice Salentina, Galatina, maggio 1978). Il mio libro prende slancio dalla Lettura di Benedetto Croce: “Il mondo va verso..” , lascito testimoniale dello stesso amico Mario Pannunzio, non ignaro alla memorialistica di Eugenio Montale, conforto spirituale per le nuove generazioni nella stagione del “compromesso storico”e della “rimozione di Croce”. La velata eppur parlante ispirazione religiosa di Ascoli e Pannunzio, Ragghianti e Franchini, si nutre della virtù altrice della Memoria, la madre esiodèa di tutte le nove Muse, trasvalutata nelle “crisi storiche”, riecheggiante Leopardi e Foscolo sino a Momigliano e Fubini, risorsa inviolabile dello spirito umano e modalità attuativa delle opere. L'ispirazione religiosa si nutre di “immutevoli idee”( “Tempo e Idee”), anche quando non ne sfoggia o esibisce la citazione erudita: ed anzi, tanto più la possiede, quanto meno la ostenta. Così,Carlo Ludovico Ragghianti, assistito sempre dalla sua grande consorte Licia Collobi Ragghianti, amico di Croce e Montale, Ascoli e Pannunzio, Antoni e Franchini, Salvemini ed Ernesto Rossi, Colorni e Ippolito ( per tacer d'altri ), quando spiega la 'Pietà Rondanini' di Michelangelo, è in grado di sostarvi per ore ed ore, impiegando la critica d' arte come “linguaggio”( e il mio assioma “l'arte tanto intuisce quanto prospetta”), senza menzionare una sola volta Croce né Vico, fattisi già succo e sangue del nuovo pensiero.

L'amico franco-americano Gouverneur Paulding, che alla fine Ascoli ringrazia assieme a Marya Mannes su tutti, ( “Leopardi 'remoto e puro'. La trasvalutazione della memoria nelle crisi storiche” ), ha discorso sovente con lui “d'impérissables choses” ( “Nous avons dit souvent d'imperissables choses / le soirs illuminés par l'ardeur du charbon”), come canta il poeta nel suo “Balcon”, che tanto piaceva a Benedetto Croce. Sì, perché all' “uomo profondamente religioso” ( “A deeply religious man”), che è l'Ascoli, non può venir meno la pudica espressione della tenerezza, il bisogno di tepore e calore affettivo, ricamato nelle riprese pazienti delle sei strofe di Baudelaire ( a mo' d'esempio, “Mére des souvenirs, maitresse des maitresse”; “Les soirs illuminés par l'ardeur du charbon”; “Que les soleils sont beaux dans les chaudes soirées !”; “Je sais l'art d' évoquer les minutes heureuses”, e via ).

Epperò, con lo scrigno affettivo serbato nel cuore, e dove necessario, per la cura della Libertà, bisogna combattere; bisogna “organizzare l'intellettuale disorganico”. Questa è, alla fine, la lezione etico-politica, umanistica e storicistica di Max Ascoli, “filosofo mondiale della libertà”. Il “Ma combattete, dunque!”, se lo era sentito dire già Leopold Bloom nell' “Ulysses” di Joyce, la moderna 'Odissea' 1904 resa nota grazie all'americana Sylvia Beach nel '22: e Bloom è d'accordo, anche se in cuor suo ( 'in interiore homine', the 'inner realm', per Ascoli ) ritiene di nominare “Love loves to love love” ( non essendo 'vita vera' quella di una lotta continuata quanto assurda ).


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Andria, 23/01/2018
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