De hominis dignitate novissima Oratio

( “Nobile inquietudine che ci tormenta”)

 

di Giuseppe Brescia

 

“D’altronde, Signori, è proprio vero che la felicità, di qualsiasi tipo sia, costituisce l’unico fine della specie umana ?”

“Memorando”, definì una volta il Croce il “Discorso” sulla libertà degli antichi e la libertà dei moderni di Benjamin Constant ( Constant e Jellinek del 1927 ). “Memorando già pel suo stesso titolo e assunto, che importa la coscienza, allora sorta o per la prima volta attestata, di un qualcosa di profondamente nuovo nell’ideale moderno della libertà, e insieme il tentativo di determinare in che il nuovo propriamente consista. Ma memorando anche per aver avviata la soluzione di questo problema col riporre il carattere della libertà moderna in una totalità e universalità del sentire e del fare libero ( a differenza dell’antica che si restringeva al governo diretto della cosa pubblica da parte dei cittadini ), e per aver inteso che la libertà moderna mira a ben altro che alla cosiddetta felicità degli individui, s’indirizza al perfezionamento umano, e, insomma, non è edonistica ma etica” ( cfr. Etica e politica, 1931, ed. Adelphi, Milano 1994, pp. 342-350).

Ed ecco lo smagliante originale, dettato dal Constant, riferito da Croce nella nota 2 del suo saggio Constant e Jellinek: “ Non, messieurs, j’en atteste cette partie meilleure de notre nature, cette noble inquiètude qui nous poursuit et qui nous tourmente, cette ardeur d’étendre nos lumières et de développer nos facultès: ce n’est pas au bonheur seul, c’est au perfectionnement que notre destin nous appelle; et la liberté politique est le plus puissant, le plus énergique moyen de perfectionnement que le ciel nous ait donné”.

Maestri del puro e libero sentire sono gli autori del nostro umanesimo: Dante e Pico, su tutti. In alto esempio, sta l’orazion “picciola” ( ma immensa ) di Ulisse, Inferno, XXVI, 118-120: “Considerate vostra semenza. / Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza”.

Nel De Ente et uno il Principe di Concordia richiama al Capitolo Decimo : “Occorre tener sempre presente che la nostra mente, capace di farsi strada persino nelle regioni divine, non può avere un’origine mortale e può trovare la felicità unicamente nel possesso di ciò che è più alto; così, mentre su questa terra vaga come straniera, tanto più si approssima alla felicità, quanto più, dopo aver rinunciato alla cura delle cose terrene, si eleva e si accende d’entusiasmo per ciò che è divino. (..) Ma ‘chi ci darà le ali per salire fin lassù’? ‘L’amore per le cose celesti’. Chi ce le tarperà ? La brama per le cose terrene che, se inseguite, ci faranno perdere l’unità, la verità e la bontà. Infatti, non possiamo essere uno se non teniamo insieme, in modo virtuoso, i nostri sensi curvi a terra e la ragione volta al cielo” ( ed. Bompiani, Classici con testo a fronte a cura di Giovanni Reale, Milano 2010, pp. 268-271: “Neque enim sumus unum, si curvum sensum et spectantem caelestia rationem virtutis federe non devincimus…”).

Il vertice di siffatta dottrina è nella celebre “Oratio”De dignitate hominis del 1486: “ Non ti abbiamo dato, o Adamo, una dimora certa, né un sembiante proprio, né una prerogativa peculiare, affinchè tu avessi e possedessi, come desideri e come senti, la dimora, il sembiante, le prerogative che tu da te stesso avrai scelto. La natura degli altri esseri, una volta definita, è costretta entro le leggi da noi dettate. Nel tuo caso sarai tu, non costretto da alcuna limitazione, secondo il tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho posto, a decidere su di essa. Ti ho posto in mezzo al mondo ( Medium te mundi posui ), perché di qui potessi più facilmente, guardandoti attorno, osservare quanto è nel mondo. Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché come libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che avrai preferito. Potrai degenerare negli esseri inferiori, che sono i bruti; potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori, che sono divini” ( Poteris in inferiora quae sunt bruta degenerare; poteris in superiora quae sunt divina ex tui animi sententia regenerari”: Pier Cesare Bori, Pluralità delle vie, Feltrinelli, Milano 2000, par. 5, pp. 103-105).

E così: “Chi non ammirerà questo nostro Camaleonte ? O piuttosto chi ammirerà maggiormente qualsivoglia altro essere ? Non a torto Asclepio Ateniese disse di lui che, per la sua natura cangiante e metamorfica, nei misteri era simboleggiato da Proteo. Di qui quella metamorfosi celebrata presso gli Ebrei e i Pitagorici” ( par. 5, p. 105).

Rivive il libro di Giobbe: “ Egli ci presenta ( come attestano i suoi carmi ) tramite i simboli della discordia e dell’amicizia, ovvero della guerra e della pace, le due nature della nostra anima: una di esse ci eleva al cielo e l’altra ci precipita negli inferi” ( Hic duplicem naturam in nostris animis sitam , quarum altera sursum tollimur ad celestia, altera deorsum trudimur ad inferna: par. 16, pp. 112-113).

In fine, interprete di Zoroastro, Pico sottolinea l’appello a mantenere l’ “anima alata”. “Irrorate le ali con acque di vita” ( Irrigetis, dixit, alas aquis vitae ). E le acque di vita risultano irrorate da quattro fiumi: “ciò che è retto”, il fiume da settentrione; la “espiazione”, che scorre da Occidente; la ‘luce’ ( che deriva da oriente ), e la “pietà”, come fiume che scorre da meridione ( par. 23, pp. 122-123 ).

Là dove opera la topica della “quaternità”, sacrale e laica insieme ( Cfr. Teoria della Tetrade, Guglielmi, Andria 2002; Ipotesi su Pico, 1^ ed., Andria 2001). Ma qui più mi preme cogliere un’altra affinità di efficacia ermeneutica: quella con il teologo matematico ed est etologo, il martire russo Pavel Florenskj.

Il “Pico di Russia” più tardi dirà: “Il nome di Dio” è nel Potere magico della parola ( ed. it., Medusa, Milano 2001 ). E il segno della Croce è la quaternità cristianizzata; la parola dell’angelo sempre ‘librata’ tra i quattro (momenti di “ciò che è retto”; “espiazione”; “luce”; “pietà” ); angelo “discendente e ascendente” di continuo per le scale della elevazione spirituale ( scala di Giacobbe ); angelo, infine, ben diverso dall’uomo, ma, in questo processo di ascensione e precipizio, virtualmente non dissimile dalla umana natura, “questo nostro Camaleonte” che aspira all’eterno o al divino ma resta pur sempre attratto dallo stato infernale o0 ferino.

 

Ampiezze e prospettive della vitalità in Croce

A questo punto, si danno diverse dimensioni, o ampiezze, del “vitale”, in Croce e nel coevo LebensStreit:

La vitalità “cruda e verde”, “che non si soddisfa mai”;

La vitalità come aspetto “tellurico”, o “sub-umano”;

La vitalità nella dialettica, e la dialettica nella vitalità: la vitalità come “dialettica delle passioni”, sentimento di piacere e di dispiacere (Kant 1790), soddisfazione – insoddisfazione,amore – dolore, cautela e ardimento, timore – speranza, ebrietà – disebrietà; .

La vitalità come aspetto del nesso tra accadimento e singola volizione ;

La vitalità come aspetto del “tragico”, scavalcamento del singolo da parte del tutto;

La vitalità come risorsa, premessa per il costituirsi ed esprimersi delle categorie, alimento dello spirito, risposta al male nella storia, catarsi del “tragico”, o ancora difesa dell’io di fronte ai traumi e alle trafitture dell’esistenza, alle crisi individuali e collettive.

Magistralmente interpretava la prospettiva teoretica della vitalità il pensatore triestino Carlo Antoni nel Commento a Croce (Venezia 1964, 61 – 64 e 226 – 235 = La distinzione e l’unità delle categorie, Andria 1995):

“Nel corso degli anni il pensiero crociano si è andato sempre più raccogliendo sulla moltitudine di forze irrazionali pullulanti in noi, umori, appetiti, bisogni, affetti, desideri, passioni, che ha riassunto con termine ‘vitalità’. Ha riunito in quest’ultima categoria, accanto al momento dell’utile, anche il sentimento, in quanto affetto del piacere e del dolore. Viceversa l’estetica crociana tendeva a dare all’arte un contenuto etico, così da fare di essa, alla fine, la raffigurazione e contemplazione del dramma etico dell’umanità, una catarsi d’una catarsi (….). Il raggio di luce, che batte sui nostri occhi e ci desta, il freddo che improvvisamente avvertiamo, aprendo una finestra, sono ‘sensazioni’, dati elementari della nostra vitalità, quanto il dolore di una trafittura, la fame, la stanchezza fisica, e non sono intuizioni artistiche. Va da sé che non si tratta di elementi isolati, quali li concepivano gli empiristi ed i sensisti, bensì appartengono a quel continuo, che è appunto la nostra vitalità.

In quanto vitalità, la sensazione non implica affatto un fuori e un dentro. E’ un atto, è l’atto del nostro sentirsi vivere, ed ha una certezza immediata. Non ammette infatti discussione, chè nessuno mi potrà contestare che sento un dolore o che vedo un colore. E’ questa certezza del dato di fatto che si vuole citare a testimonio, allorché si rimprovera ai filosofi di pretendere che ‘il mondo è una nostra rappresentazione’. La cosiddetta “percezione”, che intendiamo già come un giudizio, un atto del pensiero, è appunto l’atto con il quale affermiamo l’esistenza del dato di fatto, che abbiamo una sensazione e la valutiamo. Il suo soggetto non è l’intuizione artistica, ma la vitalità. La natura di dato immediato, come fa immaginare le inclinazioni e le passioni come altrettanti stati di passività, così fa attribuire una passività alle sensazioni. E’ ciò che ancora gli esistenzialisti designano come il nostro ‘essere gettati nel mondo’. Ma siffatta passività, per cui questi dati insorgono fuori e magari contro la nostra volontà, è soltanto dovuta al fatto che la volontà, in quanto azione, è il successivo sviluppo della vitalità. E’ questo il significato della fusione operata da Croce del momento vitale e del momento economico: il bisogno, fatto vitale, si traduce in volontà operante, utilitaria (….).

Può sembrare che negando che la sensazione sia l’effetto d’uno stimolo meccanico proveniente dall’esterno, si isoli il nostro spirito dal restante mondo e lo si costringa a cavar tutto da sé. In realtà è proprio quando si considera la sensazione come un fatto meccanico, che si isola il soggetto dal restante mondo. Già l’isolamento del nostro organismo dal restante universo e dalle sue forze (luce, calore, aria, umidità, energia elettrica, gravità, ecc.) è una arbitraria astrazione. E già questo nostro vivere organico è un atto di sintesi incessante, dove non c’è una materia passiva in nessun posto, ma l’unificazione di forze attive provenienti dal cosmo. Noi, del resto, avvertiamo questa comunione cosmica, quando, senza pensare ed agire, ci abbandoniamo a ciò che entra in noi e la natura ci è allora piacevole e benefica amica. Nell’istante della sensazione, in quanto immediata vitalità, l’infinito universo vibra e palpita in noi concretamente e si fa consapevole di sé in un atto individuato, che non è né esterno né interno. Qui la soggettività non ha confini, bensì si estende ai confini dell’universo. Ma siffatta partecipazione è attiva, è una sintesi. In questa, che è l’unica realtà, l’intelletto compie, per i suoi scopi pratici, l’astratta divisione. La vitalità in questo non si differenzia affatto dalle altre forme dell’attività dello spirito, che tutte sono atti di comunione col mondo. Là dove la sintesi si compie nella forma della vitalità, il mondo si presenta come “natura”, mentre dove si compie nelle altre forme spirituali, esso si presenta come storia. La differenza tra natura e storia sta dunque nella diversità delle forme con le quali entriamo in comunione col tutto…….Una sensazione è dunque sempre ‘vera’ in quanto è reale, non perché sia l’immagine di qualcosa che le sta dietro, ma perché è il concreto attuarsi, in noi, del tutto”.

 

A proposito della Chiesa “Peccatrice Santa”

Non so se questa nota conquisterà l’attenzione di una persona dotata di larga umanità e dottrina qual è quella del cardinal Martini. Ma le citazioni della parabola della zizzania (Mt. 13, 24-30 e 36-43) e del cristianesimo come lectio difficilior nel raffronto con altre religioni esposte sul “Corriere della Sera” del 27 settembre 2009 mi han fatto rammemorare la definizione della Chiesa come “peccatrice santa”, o “casta feretri”, tanto spesso centrale nel dibattito etico-religioso (Cgfr. Hans Kung, La Chiesa, Brescia 1969, p. 379; H. Von Balthasar, Sponsa Verbi, Brescia 1985) e risalente al Commento al Vangelo di Luca proposto da Sant’Ambrogio.

Così, a mio avviso, integrando la fondamentale interpretazione tipologica di Ambrogio con la interpretazione modernamente relazionale o temporale del celebre passo, meglio si può accertare il passaggio all’ossimoro casta meretrix. La fonte primaria è nella genealogia di Luca, comparata a quella di Matteo 1,3: “Giuda generò Fares e Zara da Tamar”. Per spiegare la menzione dei due figli di Giuda, Ambrogio riporta la Genesi, là dove sta scritto che Tamar “aveva nel grembo due gemelli. Durante il parto, uno di essi mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella mano dicendo ‘Questo è uscito per primo’. Ma, quando questi ritirò la mano, ecco che uscì suo fratello. Allora ella disse: ‘Come ti sei aperto una breccia ?’, e lo chiamò Perez. Poi uscì suo fratello, che aveva il filo scarlatto alla mano, e lo chiamò Zara” (Gen. 38, 27-30).

Ora, Zara (ebraico Zerah) vuol dire ‘bagliore’ d’aurora; e Fares (ebraico Peres) significa ‘Breccia’. Suggestivamente Ambrogio s’interroga sui molti “enigmi” del passo, che fanno intravedere il “mistero”. “Ma perché l’uno fece sporgere prima la mano dall’utero, l’altro fu primo ad essere partorito? Non forse perché nel mistero dei due gemelli si descrive la vita dei due popoli, l’una secondo la Legge, l’altra secondo la Fede?” (Commento 3, 17-23).

E’ approfondendo questo punto del “mistero”, che Ambrogio perviene alla prerogativa della fede insegnata dal Vangelo “per mezzo della croce e del sangue di Cristo”, e a “quella Rahab, che nel tipo era una meretrice, ma nel mistero è la Chiesa”. Onde “la Chiesa non rifiuta l’unione con numerosi fuggiaschi, tanto più casta quanto più strettamente è congiunta al maggior numero di essi: essa che è vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile, vergine feconda: meretrice casta, perché molti amanti la frequentano per l’attrattiva dell’affetto ma senza la sconcezza del peccato”.

Questa la lettura allegorico-spirituale. Ma la temporalità, come successione-simultaneità-permanenza, entra prepotentemente in gioco nella interpretazione del passo: chè, infatti, non si fa in tempo a segnare il braccio del primo figlio che spunta dall’utero, individuandolo con un laccetto rosso, che il gemello che sarebbe dovuto venire dopo alla luce si fa breccia, capovolgendo l’ordine della previsione. Ecco, allora, che il laccio è la promessa, la fides concessa e poi smentita; ma la breccia irrompe, sgomitando, e sopravanzando e scacciando la prima promessa (Zera e Peres). Forse. La natura del “meretricio” (donde la metafora della Chiesa “casta meretrix”) non allude tanto alla accoglienza di numerosi fuggiaschi, quasi come a “pubblica amante”; bensì alla dinamica intrinseca di questo imprevedibile, sconvolgente e travolgente ‘sopravanzare’, che non tiene conto della fides pattuita.

E non sembri irriguardoso citare – si licet parva componere magnis, al fine di render l’idea del modulo temporale – i film di Woody Allen, dove una improvvisa avventura o conoscenza di amanti occasionali viene all’improvviso superata, quindi smentita e disdetta, da altra frequentazione sorta a scavalco della prima (a casa o per strada etc.). Viene anche in mente l’aspetto “tremendo”, sconvolgente e insolente della vitalità nel pensiero dell’ultimo Croce, forza terribile che divora gli individui: onde si potrebbe porre la definizione della stessa “vitalità” come “peccatrice santa” (Del vitale).

Comunque, il problema interpretativo resta aperto. In sede ermeneutica, scrisse Giacomo Biffi, Arcivescovo di Bologna, il saggio del 1996 “Casta meretrix”; ma a commento della enciclica Tertio millennio adveniente di Papa Giovanni Paolo II (10 novembre 1994), enciclica nella quale il Santo Padre chiedeva per l’appunto perdono per la Chiesa e i suoi storici “peccati”.

Oltre la filologia c’è l’etica e la parabola di Gesù e l’adultera (“Chi è senza peccato scagli la prima pietra”).

Ed è questa la lectio difficilior, costituita dalla pietas cristiana; non certo la facilior dello scandalismo pubblicistico e desultorio né dello schematismo ideologico sommariamente semplificativo (es. il paragone del respingimento dei clandestini con la Shoah).

 

La potenza d’origine della persona

Se in Pico della Mirandola l’uomo può degenerare tra i bruti o elevarsi ai divini, giusta la sua libera scelta, dopo Antonio Rosmini che esalta la “potenza d’origine della persona umana”, il Croce coglierà la compresenza dell’alto e basso nell’uomo a proposito della “Signora dalle camelie” di Alessandro Dumas, in tanti modi e luoghi ereditando il foscoliano “spirto guerrier ch’entro mi rugge” del celebre sonetto Alla sera, da cui deriva pur sempre la memoria carducciana di Davanti San Guido, nelle Rime nuove (1874-1886). Ove i cipressi apprendono al poeta maturo come “dentro al tuo petto eterne risse ardon che tu né sai né puoi lenir”, invitandolo insieme a non seguire “i rei fantasmi che dai fondi neri/ dei cuor vostri battuti dal pensier/ guizzan come dai vostri cimiteri/ putride fiamme innanzi al passegger”. In particolare, lo stesso Charles Baudelaire nei suoi Fiori del male cantava l’intreccio di bisogno di idealità e materia, ala dell’infinito e amore del nulla in quella che denominava l’alchimia del dolore ( Alchimie de la douleur: 1857-1869)

Esattamente il 1927 nella Avvertenza premessa alla Storia d’Italia, Croce notava: “Il racconto comprende un tratto di quarantacinque anni, di quelli che si chiamano ‘di pace’, ma che mostrano il loro moto e il loro dramma a chi non ripone queste cose negli urti fragorosi e nei grossi fatti appariscenti, e anzi, anche davanti a spettacoli di guerre e rivoluzioni, cerca sempre il vero moto e il vero dramma negli intelletti e nei cuori”.

“Le tempeste di natura fisica – ricorderà poi il Nehru – sono poca cosa a petto delle tempeste che si svolgono nell’animo umano !”

Potenza “intrinseca” e potenza “d’origine” della umana persona: tale da preparare l’opera, rinnovare il mondo da una parte; opporsi al male. che “non finisce le sue opere”, dall’altra.

“Contra sofisti Socrate sagace, /contra tiranni venne Caton giusto, / contra ipocriti Cristo eterna face”, poetava nel suo sonetto Tommaso Campanella. E contro il male nella storia, vale l’appello all’eterna vigilanza di Luca ( 4,1-13; 10.13 ). Il “doppio drago” di Bamberga richiama con forza la “doppia virtù”, metafora potente della forza d’animo, pazienza e coraggio, umiltà e audacia, “punto de l’unione dei contrari”, lungimiranza ed eterna vigilanza ( sì che, addirittura, in un altro celebre passaggio Luca moltiplica in “settumplice” la manifestazione del male e della possessione ).

Riscopriamo, e rivendichiamo, allora, di fronte al male settumplice, il “latte dell’umana gentilezza”; nella stagione del massimo di “ferocia”, il beneficio e la efficacia della “dolcezza”: dolcezza insita nella virtù sintetica del “giudizio”, come atto di mediazione, “accorgimento” o “prudenza”; dolcezza attiva nella contemporanea presenza delle forme dello spirito; dolcezza vichiana del “senso”; dolcezza junghiana della “cura”; dolcezza profonda sin della “forza”; dolcezza sovranamente agognata e in mille guise o riflessi cantata, infine, nella poesia di Dante.

 

Il giudizio come “accorgimento” o “prudenza”

La mediazione del pensiero con l’azione è caratterizzata come terza forma di conoscenza, giudizio percettivo o “colpo d’occhio” nella crociana Filosofia della pratica del 1908: “La conoscenza che si richiede per l’atto pratico non è la conoscenza dell’artista e neppur quella del filosofo, o, meglio, è anche queste due, ma solo in quanto si ritrovino entrambe quali elementi cooperanti nella conoscenza ultima e compiuta, che è quella storica. Se la prima si chiama intuizione, la seconda concetto e la terza percezione, e si fa della terza il risultato delle due prime, si dirà che la conoscenza occorrente all’atto pratico è la conoscenza percettiva. Di qui il detto comun e che loda nell’uomo pratico il colpo d’occhio sicuro: di qui anche lo stretto legame che si pone tra senso storico e senso pratico e politico “ ( “L’attività pratica e la teoretica”, Cap. III, p. 27)

In fondo, il giudizio come atto di accorgimento serba le premesse nella ”dolcezza” del giudizio, termine medio tra la facoltà del conoscere e quella del desiderare, individuato da Kant nella Critica del giudizio del 1790.

“Questo tipo di giudizio è, per così dire, la forma popolare del giudizio storico, il suo atteggiarsi , anche nel parlare comune, come ‘criterio’ e ‘giudizio’ nel senso di quel minimo di previdenza, accortezza, sagacia che ogni individuo è in grado di mettere nell’azione. E’ il ‘pensa prima di parlare’, il ‘rifletti prima di agire’ che si ripete e ci si ripete continuamente, dove il ‘pensare’ e il ‘riflettere’ non si riferiscono più alla situazione o alle situazioni che ci siamo lasciati alle nostre spalle, ma a quelle che si prospettano e nelle quali sentiamo il bisogno e il dovere di inserirci”; segnano le postille dei moderni ( quale il Franchini di Teoria della previsione, 1972, 139).

E’ il nuovo “siate prudenti come colombe e astuti come il serpente”, da Machiavelli al Bruno, nell’invito alla virtù della “prudenza”, e a cogliere il difficile “punto de l’unione dei contrari” ( rispettivamente ). D’altra parte, il giudizio è anche specchio del ricominciamento, come del nuovo problema, che è un “nuovo tormento”, ma anche “una nuova voluttà”, un “Dolce amor” come lo chiama San Tommaso nel Canto XIII del Paradiso, ai vv. 34-36: “E disse: ‘ Quando l’una paglia è trita, / quando la sua semenza è già riposta, / A batter l’altra dolce amor m’invita’ “ ( San Tommaso procede a risolvere il secondo dubbio di Dante, nella interpretazione di Benedetto Croce, Terze pagine sparse, Bari 1955, I, p. 30 di Poesia e letteratura, terza delle conversazioni di Storiografia e idealità morale ).

 

Contemporanea presenza attiva delle forme: dolcezza vichiana del senso

Il senso, dal mondo della intuizione ( gioco, fantasia, poesia ) si trasferisce nella sfera economica, della volizione particolare, come vitalità originaria, freschezza cruda e verde; oppure come vitalità drammatica e complessiva, “sentimento di piacere e dispiacere”; magari,la “cura”e preoccupazione paterna, in definitiva “dialettica delle passioni”.

Giambattista Vico, nella sua Scienza Nuova, del 1744, feconda, con speciale genialità di autodidascalo, questa percezione della dolcezza del senso, in quanto momento di mediazione.

Nel Libro secondo, Della sapienza poetica, alla Sezione seconda, di Logica poetica, capitolo terzo, par 412 della edizione Nicolini, sta scritto: “La favella poetica, com’abbiamo in forza di questa logica poetica meditato, scorse per così lungo tratto dentro il tempo istorico, come i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e serbano dolci le acque portatevi con la violenza del corso”.

Stupenda immagine di pensiero poetante, atta a definire le origini della dialettica, e riposante sulla degnità XXXVII: “Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è proprietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive. Questa degnità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti”.

 

Contemporanea presenza attiva delle forme: cura junghiana della preoccupazione paterna

Se il senso è la esperienza vichiana della dolcezza, fino alla dialettica delle passioni, come tale approdai nella volizione del particolare: ampiezza dell’attività economica, nella specifica funzione della “cura”o “preoccupazione”, “dialettica delle passioni” in grado di allargare l’esperienza del mondo.

Fa fede l’analisi dello “Schematismo delle associazioni dei soggetti normali”, svolta da Carl Gustav Jung nel 1904/1905; “Nell’associazione matita/lunghezza, lunghezza è sostanzialmente contenuta nel concetto, o coesiste con esso, mentre in padre/preoccupazione il concetto preoccupazione aggiunge qualcosa di nuovo e provoca perciò uno spostamento del concetto”.

Ma perché ? In quale ampiezza del giudizio ciò accade ? In effetti, i giudizi analitici o esplicativi, aveva insegnato Kant, sono quelli in cui il predicato appartiene al soggetto, come qualcosa che vi è contenuto implicitamente. I giudizi sintetici, definibili come estensivi, sono invece quelli il cui predicato si trova interamente al di fuori del concetto espresso nel soggetto, benché siano in connessione con esso. Esempio classico: tutti i corpi sono estesi ( per i giudizi analitici ); tutti i corpi sono gravi ( per i sintetici ). Nel profilo junghiano, corporeità/ estensione equivale a matita/lunghezza e corpo/gravità corrisponde perfettamente alla estensione padre/preoccupazione.

La stessa estensione, che per Kant si conquista allargando il campo della esperienza a proposito della correlazione corpo/gravità, deve essere conquistata con l’aggiunta esperienziale del concetto di “preoccupazione” a quello di ”paternità”. Dobbiamo, cioè, ricorrere di nuovo all’esperienza, riscoprendola come un “tutto”, forma di connessione di tutte le intuizioni, che rappresentano l’ampiezza della paternità, per potervi riconoscere gli aspetti della preoccupazione e della cura.

Tale aspetto conviene al concetto-soggetto di paternità in forma mediata, dal momento che è l’allargamento della esperienza a fondare prima, intuire poi, la dimensione vitale della c u r a, della costante trepidazione , della sollecitudine morale e affettiva per le sorti del figlio.

L’estensione del giudizio è mossa da una “connessione sintetica” delle forme dell’esperienza: e ciò, sul terreno affettivo, nei rispetti del concetto di paternità, impegna e postula la sintesi di gioia e dolore, fiducia ed affanno, timore e speranza, entusiastica adesione e delusione improvvisa, che ne costituisce ed accompagna la storia vissuta, dalla figliolanza e per la figliolanza. Tale dialettica delle passioni, proprio perché sintesi di gioia e dolore, speranze e timori, successi condivisi e delusioni patite, si compendia come cura, preoccupazione, angoscia; e perché sintesi, richiede gnoseologicamente l’allargamento della visione esperienziale della condizione paterna.

Ecco allora che il requisito della “dialettica delle passioni”, ponte prospettico tra la facoltà del conoscere e quella del desiderare, trasferisce altresì dal senso e dalla sfera della “intuizione” a quello dell’attività economica e della volizione particolare gli aspetti del sentimento di piacere e dispiacere; di “cura”; preoccupazione; angoscia lievitante e feconda ; travaglio ideale eterno.

Inoltre, sul terreno strettamente logico, si può anche dire che: i giudizi matematici sono tutti a posteriori, perché solo la intuizione fa vedere la ricchezza dei dati che li costituiscono. Mentre i giudizi attinenti la sfera psicologica ed etica sono, del pari, tutti a posteriori, sintetici, perché la connessione esperienziale, vista come esperienza vitale, è la premessa, la conditio sine qua non, per cogliere ed intuire la ricchezza dei dati affettivi che la costituiscono, come trepidazione, preoccupazione, cura, timore e speranza, piacere e dispiacere ( v. il mio Epistemologia come logica dei modi categoriali,Bari 2000, Capitolo VII).

Ora, tale gioco di mediazioni si colloca entro un paradigma ancora più ampio e complesso, all’interno della contemporanea presenza attiva delle forme spirituali e della ricerca delle funzioni specifiche di collegamento tra intuizione e volizione del particolare, “senso” e “mondo della vita”, dolcezza fantastica e magnanimità del cuore.

 

Contemporanea presenza attiva delle forme : la forza e la “dolcezza” della forza

Sembra, evidentemente, ed in effetti è, un ossimoro: la “dolcezza” della forza, nella trasmissione, dal momento economico e duramente utilitaristico in quello etico o universalistico, della componente “effettuale” delle cose (come in Machiavelli); addirittura della “bestia” o “lupo agli altri ” per Hobbes e con i vari disumanismi totalitari.

Ma l’ossimoro fa capolino ancor oggi, in questi nessi profondi che oso perscrutare, mercè la figura di Elettra, quale -ad esempio- ripensa e risente Simone Weil, convinta della consistenza omerica e contemporanea della “forza” eppure altrettanto intensamente permeata da eloquenza del dolore, resistenza all’oppressione, solidarietà nella sventura, attraversamento della notte e consolazione affettiva, come sintesi di precipizio e riscatto a un tempo della natura umana, riconoscimento fraterno, spinta verso il bene di arte scienza e amore: in definitiva “filosofia del giusto” e mediazione imprevista quanto angelicata tra le condizioni di ferocia e gentilezza , il “latte dell’umana gentilezza”rimpianto dallo Shakespeare e che interviene come ad ammorbidire la durezza e “oscurità della condizione ferina”.

 

La dolcezza in Dante

Ora, se Dante è “poeta, per eccellenza, della Prospettiva”, l’addolcimento dell’anima come risposta al male riporta storicamente alla “terrestre aiuola che ci fa tanto feroci”, riscoprendo d’altro canto il termine medio della “facoltà del giudicare”, mercè una ricchezza parlante e concreta di riferimenti ed accezioni.

In particolare nell’ Inferno, ricorre il Leit-motiv della “dolcezza” come rimpianto della vita terrena, del suo mondo e dei suoi affetti; nell’Inferno e nel Purgatorio, come mito della “protezione paterna”,figura di Virgilio maestro e guida; nel Purgatorio, ancora, per efficacia di dolcezza paesistica, dolcezza musicale, o dolcezza spirituale; nel Paradiso, infine, come segno di armonia spirituale, di tipo superiore.

Anzitutto: nel canto di Farinata, detto del raggio di vita solare: “Di subito drizzato gridò: Come dicesti ? Elli ebbe ? Non viv’elli ancora ?/ Non fiere gli occhi suoi il dolce lome ?“ ( Inf. X, 66-68).

Trepidamente seguitando nello stesso Canto: “E, se tu mai nel dolce mondo, regge, / dimmi: perché quel popolo è sì empio / incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge ?” ( Inf. X, 82-84 ).

E ancora, ivi: “ Quando sarai dinanzi al dolce raggio / di quella il cui bell’occhio tutto vede, / da lei saprai di tua vita il viaggio” ( Inf. X, 130-132 ).

Detto del caro maestro Virgilio: “Così sen va, e quivi m’abbandona / lo dolce padre, ed io rimango in forse, / chè no e sì nel campo mi tenzona” ( Inf. VIII, 109-111 ).

E in Purg. IV, 43-45: “ Io era lasso, quando cominciai: ‘/ O dolce padre, volgiti, e rimira/ com’io rimango sol, se non ristai”.

Purg. X, 46-48: “ Non tener pur ad un loco la mente/ Disse ‘l dolce maestro, che m’avea / da quella parte onde il cuore ha la gente”.

Purg. XXIII, 52-54: “ Lo dolce padre mio, per confortarmi, / pur di Beatrice ragionando andava, / dicendo: Gli occhi suoi già veder parmi”.

Purg. XXX, 50:” Virgilio, dolcissimo padre”.

E anche Purg. XXIII, 97-102: “O dolce frate, che vuoi tu ch’io dica ?/ Tempo futuro n’è già nel cospetto, / cui non sarà quest’ora molto antica, / Nel qual sarà in pergamo interdetto / alle sfacciate donne fiorentine / l’andar mostrando con le poppe il petto” ( il riferimento è qui a Forese Donati ).

Specialmente per Beatrice, salendo all’ottavo cielo di Par. XXII, 100-102: “La dolce donna dietro a lor mi pinse / con un sol cenno su per quella scala, / sì sua virtù la mia natura vinse”.

Nel Purgatorio la dolcezza puramente estetica della percezione paesistica risplende più e più volte, dal “Dolce colore d’oriental zaffiro” di I, 13 all’esordio pittorico di IX, 1-3: “La concubine di Titone antico / già s’imbiancava al balco d’oriente, / fuor delle braccia del suo dolce amico” e al Pater Noster di XI, 1-6: “O Padre nostro, che ne’ cieli stai, / non circunscritto, ma per più amore, / ch’ai primi effetti di là su tu hai, / Laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore / da ogni creatura, com’è degno / di render grazie al tuo dolce vapore”.

C’è poi la dialettica del martirio come dolce sofferenza, o “dolce assenzio”, nello stesso canto di Forese, XXIII, 85-87: Ond’elli a me: ‘Sì tosto m’ha condutto / a ber lo dolce assenzio de’ martiri / la Nella mia con suo pianger dirutto’.

A stupendo incrocio della dolcezza paesistica con quella affettiva, vissuta l’una come veicolo per l’altra, rimane impressa per sempre la terzina di Purg. VIII, 1-3: “Era già l’ora che volge il disìo / ai navicanti e intenerisce il core, / lo dì c’han detto ai dolci amici addio”, con quel che segue !

E in Purg. VIII, 13-18 risuona la dolcezza dell’inno che durò lungamente nella poesia di Giorgio Bassani, l’innamorato di Dante poeta sovra ogni altra cosa. Infatti: ‘ Te lucis ante’ sì devotamente / Le uscìo di bocca, e con sì dolci note, / che fece me a me uscir di mente; / e l’altre poi dolcemente e devote / seguitar lei per tutto l’inno intero, / avendo gli occhi alle superne rote.

Ancora, la dolcezza della poesia, della lingua e della espressione musicale si fondono mirabilmente nel canto di Sordello, il VI, 79-84, del Purgatorio: ” Quell’anima gentil fu così presta, / sol per lo dolce suon della sua terra, / di fare al cittadin suo quivi festa; /Ed ora in te non stanno senza guerra / li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode / di quei ch’un muro ed una fossa serra” ( detto di Firenze e dei suoi contrasti intestini ).

Ma è nel canto di Casella, Purg. II, 112-114, che si esalta la dolcezza poetica della musica, veicolo qui per il sentimento dell’amicizia: “ Amor che nella mente mi ragiona / cominciò ella allor sì dolcemente, / che la dolcezza ancor dentro mi suona”.

Ancora e ancora nel Purgatorio, cantica della speranza e dei toni medi ( diceva il Momigliano ), al canto XXVI, 112-114: E io a lui: ‘Li dolci detti vostri, / che, quanto durerà l’uso moderno, / faranno cari ancora i loro incostri’.

E XXVII, 115-118: “ Quel dolce pome che per tanti rami / cercando va la cura de’ mortali, / oggi porrà in pace le tue fami”.

XXIX, 22 -24: E una melodia dolce correva / per l’aere luminoso, onde buon zelo / mi fe’ riprender l’ardimento d’Eva”.

Quivi, 36: “E il dolce suon per canti era già inteso”.

Alla fine, nel Paradiso, la dolcezza musicale, poetica e paesistica che nella Cantica dei “toni medi” si esalta palesandosi nella sua funzione “modale” di “addolcimento”, s’espande come gioia piena, appagamento dell’anima, variamente cantando l’intensità dell’ultima dolcezza.

Così, nel canto XX, 73-75, i cari versi che sempre il ‘nostro’ Bassani recitava con l’accento roco e profondo della sua voce: “Quale allodetta che in aere si spazia / Prima cantando, e poi tace, contenta / dell’ultima dolcezza che la sazia”.

E per le anime di XXIII, 127-129: “Indi rimaser lì nel mio cospetto / ‘Regina celi’ cantando sì dolce, / che mai da me non si partì il diletto”.

Finalmente, in Par. XXIX, 139-141: “Onde, però che all’atto che concepe / segue l’affetto, d’amar la dolcezza / diversamente in essa ferve e tepe”.

Dolcezza della terra, del sole, del mondo, nel loro rimpianto. Dolcezza della guida e della protezione paterna. Dolcezza della musica, del paesaggio, della lingua e della poesia. Dolcezza, anzi meglio “addolcimento”, nella fusione di siffatte percezioni; “sintesi a priori estetica”, in virtù del sentimento, altrettanto infinitamente dolce, dell’amicizia terrena e oltremondana. Dolcezza come appagamento e armonia spirituale piena, nell’”ultima ascesa”.

 

Dell’ “aver cuore” o del “coraggio

Recita una stupenda lirica di Goethe: “Roba perduta – qualcosa perduto ! Con rinnovata volontà dovrai in breve tempo recuperarla. Onore perduto – molto perduto ! Una operosa probità può ridarti credito e dignità fra la gente. Cuore perduto – Tutto perduto !! E meglio sarebbe non essere mai nato”. Il cuore supera ricchezze e onore. Ma che vuol dire “cuore”?

“Cuore” vuol dire “tutto”: il coraggio, la fermezza, la capacità di resistere alle difficoltà, forza d’animo, lealtà, tenacia e perseveranza, la germinalità di nuove idee e iniziative, l’alto sentire e l’umana pietà: in breve, tutto quanto fa nobile la persona.

“Cuore” – “coraggio”. E’ l’”aver core” della più antica poesia italiana, la scuola siciliana. Vediamo i sonetti e passi di Jacopo da Lentini o Federico II, Jacopo Mostacci e Pier delle Vigne. “Coraggio” intuisce Dante nel commosso episodio di Romeo da Villanova, Paradiso VI, 136-142:”E poi il mosser le parole biece a dimandar ragione a questo giusto, / che li assegnò sette e cinque per diece, / indi partissi povero e vetusto; / e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe / mendicando sua vita a frusto a frusto, / assai lo loda e più lo loderebbe” ( l’amministratore onesto era invidiato da Raimondo Berengario di Provenza ).

Il “cor ch’egli ebbe” corrisponde, nella filosofia morale, alla “sapienza dispersa”, la umiltà laboriosa dell’operaio della vigna, del maestro, dell’artigiano, di cui parla Hayek ed, una volta,a proposito della funzione civile di Croce, il pubblicista Mario Missiroli in Gente di conoscenza.

Torna in mente la notte dell’attraversamento dell’Adda, da parte di Renzo nei Promessi Sposi: “Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse”. “Richiamò al cuore”: intenso e bellissimo, per il grande scrutatore dell’animo umano. Dove l’”aver cuore” è affermato come un chiamare a raccolta e tener disponibili presso di sé tutte le energie vitali, al momento del bisogno.

“Dignità dell’uomo” – “Potenza d’origine della persona” – “Dolcezza” del giudizio, del senso, della poesia e della vita morale. Ma anche e specialmente: “Aver cuore” come “Coraggio”. Là dove gli “antichi spiriti”, per riprender la eletta dizione manzoniana, non sono più la memoria poetica degli spiritelli propri alla formazione di Guido Cavalcanti; ma gli impulsi vitali della forza e della resistenza morale ( per altri versi, nuovamente: “dolcezza della forza” e capacità di “resilience” di fronte al male ).

Così. se la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero (come riteneva Giorgio Hegel ), la presente testimonianza si porge elocuzione e professione, in grado di riassumere qualità e difesa della dignità dell’uomo, nell’imperversare dei nuovi problemi, tanto spesso agitati su terre incognite, “nelle ombre del domani” di Huizinga,ma squarciate pur sempre dallo strale d’oro lanciato verso il sole.

 


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