BASSANI STORICISTA E FRANCESISTA

(TRA CROCE E PROUST, PER TACER D’ALTRI)

 

di Giuseppe Brescia

 

A sessant’anni dalla morte di Benedetto Croce e cinquanta dalla prima edizione del Giardino, collegando i miei lavori di soggetto bassaniano (antropologia, Bari 2000, vol. 2°; evocazioni ferraresi e memorie storiche, Bari 2009;

“Il caro, il dolce, il ‘pio’ passato.” Bassani e la memoria, Bari 2010; i capitoli bassaniani nelle Radici di libertà, Bari 2011; Tempo e anima nel pensiero poetante di Bassani, “Andria live”, 6 Aprile 2012) con il contesto di studi critici e interviste dell’autore, balzano in evidenza alcune note. “Caro Zevi, noi siamo degli storicisti” (Italia da salvare, Einaudi 2005, p.78). Il mio giardino si può leggere come un “indiretto, appassionato saggio critico su Proust”, è la dichiarazione bassaniana raccolta nello stesso volume riportata da me e da Filippo La Porta nel convegno della Fondazione Bassani presso l’Istituto Caetani a Roma, l’8 ottobre 2012. “ Quanto all’airone, nessuno ci ha pensato: ma a guardar bene, è ancora al Flaubert dei Trois Contes che occorre riporsi per capirlo: e precisamente alla Legende de Saint-Julienne l’Hospitalier.

D’altra parte, nella intervista del 27 Aprile 1979 concessa al giornalista Carlo Figari, laureando su Bassani alla ricerca della giovinezza perduta. Una lettura strutturale del “Giardino dei Finzi Contini”, Bassani ribadiva, e in parte contribuiva a chiarire: “ Si, però attenzione. La memoria non è la memoria di Proust, non è la madeleine. E’ la memoria di uno storicista, di uno che pretende di scrivere la storia di un avvenimento che appartiene alla sua vita privata. Quindi, per forza io cerco di recuperare il passato, parte per il gusto di esso, ma al tempo stesso per la volontà morale di conoscerlo”. E poi, in risposta alla domanda: “Non avverte il contrasto di ricordare il passato con l’esattezza del presente?”, - “Si, ma io sono uno storicista. Volevo fare la storia. E allora uno storicista se non bada al tempo, ai giorni, alle date… Scusi, abbia pazienza! Certo, c’è l’afflato, diciamo, sentimentale, ma c’è la volontà dello storicista. Si ricordi che io sono anche un saggista e dunque al romanzo applico le pretese del saggismo, della filologia”. Ancora: “E’ la mia storia! Il piano privilegiato è quello del poeta. Io racconto di me. Micòl non è altro che una parte di me. ‘Madame Bovary s’est moi!’ dice Flaubert. Ma naturalmente è la mia storia, la storia della mia vita, della mia sensibilità, e soprattutto della mia idea in generale del mondo, cioè della mia filosofia.

Quindi non ha alcun rapporto con Proust. La mia filosofia insomma è quella di uno storicista. Proust è ben altra cosa….”

Pure, sempre nell’intervista raccolta in Italia da salvare, Bassani ripete la confessione autobiografica di aver letto e riletto Proust per anni: “Il Giardino implica, a monte, la lettura della Recherche ( dal ’36 al ’38 non lessi altro, si può dire)”. (pp. 63-64) Come interpretare il piano critico ed ermeneutico di queste affermazioni? Intanto,la proclamazione perfino ostentata di storicismo, e di formazione “storicistica” rinvia a Croce, sia per la affermazione della “religione della libertà” negli anni bui dei totalitarismi e come principio etico che ha per sé l’eterno (Stroia d’Europa, I° capitolo, del 1932); sia per la precisazione dell’impegno e delle implicazioni di un atto di “volontà”, “volontà morale” di conoscere e riattualizzare il passato(il proprio passato e, di riflesso, quello della propria famiglia, città, patria ed infine – lato sensu – dell’umanità).

In effetti, per Croce ( Teoria e storia della Storiografia, 1917, custodito nella biblioteca Bassani come dal catalogo di Micaela Rinaldi, Le biblioteche di Giorgio Bassani,Guerrini e Associati, Milano 2004, p. 305) la storia è sempre idealmente contemporanea, dal momento che nasce da un “problema” o da “ un bisogno” etico e pratico che provoca e suscita l’esigenza della indagine. Da Tulcidide in poi, la vera storia, per distinguersi dalla cronaca, deve nascere da un’interrogazione, un pungolo una domanda di urgenza etica, onde il Croce, confutando la “storiografia senza problema storico” (come era accaduto ad esempio allo storico tedesco Leopold Ranke, avrà modo di chiarire le tappe fondamentali della indagine storica: 1) Insorgenza di un problema all’interno della passionalità morale; 2) Ricostruzione e chiarificazione di tipo intellettuale, provocata dalla insorgenza del problema; 3) Risoluto passaggio all’azione come preparazione dell’avvenire. Queste tappe verranno indagate anche e soprattutto nella Storia come pensiero e come azione del 1938, historiam rerum gestarum e historia rerum gerendarum , nel cui seno il rapporto tra pensiero o conoscenza del passato, e azione, o volizione del futuro, a differenza di quanto era accaduto nel Gentile, è soltanto “preparante” ma non “determinante”.

Ora qual è, sul piano storico – autobiografico, il “problema”, il bisogno, l’urgenza etica del Bassani? E’, insieme, la volontà morale di conoscere la
“sua vita privata” (p.6 della intervista); l’applicazione del metodo del “saggismo” , della “filologia” al romanzo (p. 7); la rispondenza alla sua “idea generale del mondo”, alla sua “filosofia” (p. 9); in particolare, sul piano psicologico (ma non: psicologistico), il trauma, la ferita, variamente denominati, afisati, riconosciuti (come era accaduto al “nostro sommo e grande Dante”, qui ancora citato alla p. 10), per la “mente che non erra”, come lo “scacco”, il “fallimento”, il “ non poter entrare” (p. 8) : se si vuole, la sequenza “restare ai margini” –“il muro” – “il giardino” – “la casa” e infine Micòl; magari anche la porta in Dietro la porta del 1963, anno successivo del Giardino (cfr. la pag. 7 della intervista citata).

Ora vediamo in che senso il Giardino costituisce un saggio critico su Proust”. Là dove, al contempo, Bassani fin da ragazzo gran francesista al Liceo “Ariosto” si era nutrito anche di Proust. Evidentemente, il nostro autore intendeva porre in risalto, dietro la poetica della “memoria involontaria” o delle “intermittenze del cuore”, l’assenza in Proust di autentico impegno etico, atto volitivo cosciente, problematizzazione del circolo (Crocianamente inteso) di pensiero e azione. È questo il perché parlava di una conoscenza approfondita di uno dei suoi autori ma anche di un diverso accento morale, avvertendo quindi la esigenza di inveramento poetico ed etico politico di tipo ulteriore. Ovviamente, ciò era vero specie sul piano della ricezione frammentistica e spesso ancora manualistica del Proust (il poeta della madeleine). Al qual proposito, non va dimenticato che anche il Proust di origine ebraica aveva conosciuto il trauma della integrazione- emarginazione, ad esempio quando, accolto nella lussuosa casa e cena dei Guermantes, aveva esclamato – deluso e ferito dalla volgarità dei suoi ospitanti – “ma questo è l’Inferno!”- quindi, non sarebbe del tutto legittimo espungere, dal complesso sinfonico ordito della Recherche, la coscienza o almeno la rappresentazione, per quanto sublimata, del trauma e della ferita. Solo che il fascinoso impianto della Recherche poteva, per così dire, occultarne l’estigmate. In effetti, specialmente l’ultima parte Temps rétrouvée, vertiginosa sintesi di tutte le intermittenze del cuore esperite dall’autore , finiva per rimanere “estranea” alla funzione etica del “ricordare”, pur costituendo un vertice impareggiabile di radicale rappresentazione estetica. Non è forse, un caso che nella biblioteca Bassani questo ultimo tomo sia tutt’ora serbato come “intonso” nella edizione originale francese del Gallimard (confrontare l’opera citata di Micaela Rinaldi, alle voci n.1643/1-13). Mentre tutti gli altri tomi riportano “sottolineature e postille a matita blu e lapis nero”. Ma si noti, poi, il grande accento lirico ed etico-politico di una dedica vergata per Giorgio alias Giacomo Marchi da un amico che in quei tragici frangenti (autunno del 1943) gli donava ulteriore copia di Albertine desparue: “ a Giacomo Marchi/la corona dei giorni/splendidi e infranta/pur se lucerna incanta/ il sentiero ai ritorni./Nino R.” (forse : “Ravenna”). Che è dedica emblematica per il riferimento storico alle leggi razziali e alla deportazione (“la corona dei giorni splendidi e infranta”) e, insieme, al valore numinoso della poesia e della intuizione lirica (“pur se lucerna incanta”), congiuntamente alla aspirazione e al desiderio invocanti il momento della pacificazione e del rimpatrio (“il sentiero ai ritorni”). La bellissima dedica potrebbe essere trascelta come significativa dello spartiacque nella ricezione dello stesso Proust (“Albertina scomparsa” è dramatis persona reale, vivente, oggetto di deportazione), allorquando lo splendore fascinoso del linguaggio non è più sufficiente a sanare la tragica evenienza del momento, pur mantenendo ancora in parte il suo richiamo e il suo “incantamento”. Ogni autore vien letto da eredi, interpreti o prosecutori sulla base del particolare “problema vitale” che – lo si è visto- rende la storia “ contemporanea”. A tutti gli effetti, “Albertina scomparsa” è la “Magrini Bassani Albertina”, una dei “novantasei corpi martoriati/ della comunità di Ferrara/In questa pietra il loro nome/Frà le braccia dell’eterno/L’anima immortale”, come recita la lapide di via Mazzini 95 alla Sinagoga di Ferrara.

Si confronti Una lapide in via Mazzini dello stesso Giorgio Bassani 1956 (edizione Feltrinelli, Milano 2012, pp.87 e seg.) dove: “Centottantatré su quattrocento!, ebrei commentava Aristide Podetti. E’ la storia di Geo Josz, il nipote di Daniele, cui i “rossi” avevano sequestrato la casa, nel suo imprevisto ritorno dai campi di concentramento. E dove l’ineffabile così caro al Bassani si traduce in “enigma” , a definire ciò che avesse realmente provocato i due sonori ceffoni affibiati da Geo , all’ingresso di via Mazzini, al conte Scocca, già spia disumana dell’Ovra (p.113). Diventa quindi evidente nei circoli di Ferrara, ricorda Bassani la volontà di rimozione del “grande patatrac!” (p.120). Finchè Geo nella Estate del ’48, mai accettato dai suoi concittadini ed escluso dal circolo Amici dell’America, “si decise ad abbandonare la partita”, scomparendo. Alla fine (paragrafo VI), con quel “di più” di slancio lirico ed etico che Bassani rivendicava nei suoi racconti, l’autore lascia la commovente pagina: “ Un enigma, già.-eppure, quando in difetto di indicazioni più sicure ci si fosse richiamati a quel senso d’assurdo e insieme di verità rivelata che nell’imminenza della sera può suscitare qualsiasi incontro, proprio l’episodio del conte scossa non avrebeb offerto niente di enigmatico, niente che non potesse essere inteso da un cuore appena solidale. – E’ ben vero che la luce diurna è noia, duro sono dello spirito ,’noiosa ilarità’, come dice il Poeta. Ma fate che scenda alla fine l’ora del crepuscolo, l’ora ugualmente intrisa di ombra e di luce di un caldo crepuscolo di maggio, ed ecco che cose e persone che dianzi vi erano apparse del tutto normali, indifferenti, può succedere che a un tratto vi si mostrino per quelle che sono veramente, può succedere che a un tratto vi parlino e sarà in quel punto, come se foste colpiti dalla folgore) per la prima volta di sé stessi e di voi. – ‘ Che cosa faccio qui con costui? Chi è costui? E io che rispondo alle sue domande e mi presto al suo gioco, io, chi sono?’- Erano stati due schiaffi che dopo qualche momento di muto stupore avevano riposto fulminei alle domande insistenti seppure cortesi di Lionello Scocca. Ma a quelle domande avrebbe potuto anche rispondere un urlo furibondo, disumano: così alto che tutta la città, per quanto ancora se ne accoglieva oltre l’intatto, ingannevole scenario di via Mazzini fino alle lontane mura sbrecciate, l’avrebbe udito con orrore”. L’intenso passo mi ha sempre ricordato l’altro urlo preannunziante la fine del mondo nel racconto “il lebbroso della città d’Aosta”, raccolto da Gustavo Herling ne La torre e l’isola. Ma soprattutto , con riferenza al tema attuale, l’epifania, o rivelazione improvvisa, dell’attimo culminante, mi appare tradotto nel colpo di una folgore”, dal quale può scaturire un “urlo furibondo, disumano”. Quindi, per tornare all’autunno del ’43, la dedica, che ho inteso rievocare, a “Giacomo Marchi” presuppone, da un lato la edizione di Una città di pianura, per cui l’adozione pseudonimica vale a nascondere, e rivelare al tempo stesso l’identità dell’autore, all’altezza della emanazione della legislazione razziale, e , dall’altro a evidenziare che la ricezione di Proust incontra quasi uno “spartiacque”, “turning point”, in conseguenza di quella tragica persecuzione. Si spiega ancor meglio, così, il mutamento nel gusto e nell’apprezzamento dell’opera e della poetica di Proust (che pur resta “ a monte” del Giardino, come ammette lo stesso autore ) da parte di Giorgio Bassani, ceh viene quasi perdendo interesse al gran finale del Tempo ritrovato, in quanto mera fantasmagoria di “intermittenze del cuore” : quel gran finale che non smise mai di attrarre l’ammirazione del suo grande amico est etologo e filosofo dell’arte Rosario Assunto, su vie diverse e pur convergenti attento alla filosofia del tempo (cfr. le voci 76,77 e 78 delle opere di Assunto donate all’amico di sempre Giorgio e fedelmente citate nel catalogo della Rinaldi).

Raccogliendo ora le fila della composita reintepretazione, si può dire che, se questo è il problema, o l’assillo, o la ferita originaria della poetica invenzione bassaniana e della conseguente esaltazione della “memoria volontaria”, e non più “involontaria”, resta da dipanare tuttavia la peculiarità del problema che affonda e risiede nel “non-detto”, e nel “ non – detto” perché “inconoscibile”, “ineffabile”, “ombra del mistero” (come disse Croce in un celebre saggio della piena maturità). In altri termini, il “Rimanere ai margini”, il “non poter entrare”, la penetrazione mancata di Micòl, donde il fallimento e lo scacco prima rappresentati poi dichiarati, finiscono per rinviare, sulpiano metafisico ed estetico, ad una ontologia dell’ineffabile che il Bassani ascrive alla propria filosofia idealistica. E’ questa la chiave della cosiddetta “ambiguità di Micòl”. “Siccome ritengo che l’io profondo sia ineffabile, non posso permettermi di indagare, di dire di sentimenti che non posso sapere, né conosco”. “Questo fa parte della mia filosofia che è di tipo idealistico: la realtà non si può possedere tutta fino in fondo, quindi è una specie di ‘fabula’ idealistica”. (pp. 5 e 8 dell’intervista concessa al Figàri) si chiami “noumeno” o “cosa in sé” (Kant), “vivente originario” (Schelling), “Mistero, irrazionale o vitale” (Croce), questo è il residuo cui la ragione e il giudizio non possono attingere ma senza del quale ,mancherebbe loro la materia dell’orizzonte previsionale- prospettico.

Ma l’elemento passionale o residuo irrazionale corrisponde al “morire presto” spiritualmente inteso di cui parla il padre di Giorgio nel penultimo atto della tragedia classica, qual si può ritenere il Giardino dei Finzi Contini. Esso corrisponde, per Leonardo, alla mancanza della madre, per Baudelaire, alla perdita della madre tisica all’età di tre anni; per Edgard Allan Poe, da questi amato, alla identica evenienza; alla ferita per Ugo Foscolo, dopo il trattato di Campoformio del 17 Novembre 1797, alla sua “delusione storica”; per Giacomo Leopardi “al natìo borgo selvaggio”, con gli anni di studio matto e disperatissimo”; per il moralista francese Vauvuenargues, dentro i muri soffocanti di un seminario, “anima tenera e delicata”, che quasi lascia crescere le sue foglie cagionevoli, come “talento comico, ironico e grottesco, la cui risata somiglia ad un singhiozzo” (come si esprime Charles Baudelaire nel suo Edgard Allan Poe del 1852, traduzione italiana per la Passigli editori, Firenze 2001, p.20). Esso corrisponde anche ai due tipi citati dallo stesso Baudelaire: “cosa non fece Hoffmann per disarmare il destino?”; “cosa non intraprese Balzac per disarmare la sorte?” (op. cit. p.19). E per Croce corrisponde al terremoto di Casa Micciola, dove, sotto le macerie perse i genitori e la sorella Maria nella notte tra il 27 e il 28 Agosto 1883. In Bassani autore coltissimo e raffinato, la menzione e raccolta delle Curiosités Esthétiques suivies du jeune enchanteur, del Baudelaire (Lausanne, 1949, citate a pag. 74 con altre opere dell’autore dei fiori del male nel pregevole catalogo della Rinaldi), non sarà inopportuna la rievocazione della anticipatrice descrizione della casa del Dotto. Brandsby, con il collegio di Stoke Newington, vicino Londra, dove Poe – racconta Baudelaire- trascorse cinque anni. La “casa”; il “muro”; il “solido muro di mattoni”; la “cinta degna di una prigione”; la “porta ancora più massiccia del muro, solidamente sbarrata, munita di chiavistello, e sormontata da una cresta di acute punte di ferro, essa ci ispirava i più profondi timori. E non si apriva mai se non per le tre uscite e relative rientrate di ogni settimana: allora, nello stridere che faceva sugli arpioni noi trovavamo un pienezza di mistero che ci schiudeva tutto un mondo di osservazione e di meditazioni solenni (Edgard Allan Poe, cit.p.25-26) può non ricordare questa descrizione la via Mazzini ferrarese a Bassani? Ancora, più avanti: “L’ampio recinto” del convitto; il “giardino piantato a bossi e altri arbusti, sacra oasi che noi attraversavamo di rado” (diceva Poe, rammemorato da Baudelaire e forse echeggiato da Bassani: op. cit. p.26-27).

La Memoria, Mnemosyune della teogonia esiodea, la madre di tutte le nove muse a un sol parto, la modalità categoriale dello spirito umano, consente di abbracciare nel suo seno tuta la vastità dei raffronti, delle afferenze, degli echi che l’ultimo dei classici ha ricevuto e arricchito per noi.

 

 


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